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CATECHESI PER I GENITORI – 10 dicembre 2010 – Quarto incontro
“Ci siamo sposati in chiesa,
Sono cambiate tante cose!”
Note introduttive
Vorrei considerare l’incontro di oggi su due fronti: quello della condizione complessa nella quale si è venuto a trovare oggi la realtà matrimoniale e quella propriamente del fronte educativo/pedagogico conseguente.
Essendo impossibilitato a poter seguire direttamente questo incontro che programmato per la fine di novembre già ci siamo trovati a svolgere a metà dicembre ho pensato di affidare queste mie note ad un sostituto che ho cercato di informare in modo dettagliato del percorso fatto sin qui, del taglio tenuto in occasione dei nostri incontri e di quanto ancora ci aspetta.
A questo riguardo vi ricordo che con oggi si conclude la prima parte dei nostri incontri. La seconda parte del nostro corso riprenderà nel 2011, il 4 febbraio prossimo con le altre tematiche in programma (4 febbraio 2011 (la realtà della Chiesa, il sacramento della confessione, la questione morale. il significato dell’azione caritativa; e l’ascolto della Parola di Dio).
Dunque affrontiamo il tema del V sacramento, quello del Matrimonio cristiano, contestualizzato nella situazione nella quale si trova ad essere vissuto nella società e nella cultura odierna al fine poi di fare qualche considerazione conseguente dal punto di vista propriamente pedagogico/educativo.
1. La condizione del Matrimonio cristiano oggi
Mai come oggi il matrimonio è messo in crisi. Sotto forme sottili se ne intacca la natura. Convivenze, unioni libere, divorzio, sono tutte parole che ci avvertono della bufera che sul matrimonio imperversa. Distruggendo il matrimonio cosa ci resta di veramente solido e sicuro in questa nostra civiltà? Vi era un tempo in cui il matrimonio forse aveva minore apparenza esteriore, ma aveva una profondità di affetto e durata, che non conosceva interruzione
Leggevo il racconto di un papà, lui diceva così: "Sono più di 30 anni che vivo con mia moglie. Abbiamo passato momenti di difficoltà economiche fino alla povertà, ma ci siamo voluti bene, sempre. E oggi dico che senza mia moglie mi mancherebbe il fondamento della mia felicità. Non basta un'eternità per sperimentare la ricchezza che è nell'amore". Ci sono ancora queste famiglie in cui lo sposo possa dire della sua unione con la sposa la stessa cosa? Nonostante il grande rumore, che fanno i mass media, che sembra obbediscano alla voglia di egoismo che separa, ci sono coppie che nel matrimonio sanno ancora vivere la vocazione alla santità, dando testimonianza di un amore che non ha limiti e confini.
Se crisi c'è oggi nel matrimonio al punto da chiamare tale anche ciò che non può esserlo per natura, credo che dipenda dall'aver sfrattato dalla vita l'Amore, ossia Dio, origine di ogni amore e vita. È sotto i nostri occhi l'immane tragedia di matrimoni spezzati, donne e uomini allo sbaraglio, come traditi, figli che non sanno più chi è il loro papà o la mamma. Davvero un grande calvario, là dove si era chiamati a costruire giorno per giorno un paradiso con fedeltà all'amore.
Mi rifaccio alle note di una interessante intervista rilasciata da un sacerdote insegnate di teologia morale presso il nostro seminario diocesano, don Aristide Fumagalli. In modo particolare direi di tenere presente soprattutto le prime due questioni da lui affrontate: la fragilità della condizione matrimoniale oggi (domanda 1) e la possibilità di presentare ancora oggi il matrimonio cristiano come possibile (domanda 4), lasciando alla vostra lettura le risposte alla domanda 2 e 3 che propriamente affrontano la questione della convivenza dal punto di vista della morale cristiana. Mi sembra di cogliere in genere in queste risposte comunque una straordinaria apertura e una grande misericordia evangelica. (cf. Aristide Fumagalli Convivenze e matrimonio cristiano. Tra realismo e annuncio di fede”, Paoline 2009, intervista)
1. Perché i legami coniugali di oggi sono così fragili? Cosa è cambiato rispetto a un tempo? Il matrimonio può avere ancora una valenza pubblica, istituzionale?
La fragilità degli odierni legami coniugali risalta per confronto con la stabilità di quelli del passato. Un'interpretazione moralistica del fenomeno potrebbe far ritenere che i coniugi di oggi siano peggiori di quelli di un tempo, e che la realtà del matrimonio, un tempo solida, vada "liquidandosi" per via del degrado morale delle nuove generazioni. In tema di giudizio morale però, tanto più quando esso non riguarda un singolo e circostanziato comportamento, ma la globalità di situazioni così differenziate come lo sono le attuali vicende amorose, conviene essere cauti, come del resto Gesù non manca di comandarlo: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1).
Ciò che sembra più facilmente constatabile è il venir meno di elementi socio-istituzionali che soprattutto nei primi decenni del secolo XX, costringevano e, al contempo, favorivano la stabilità dei matrimoni. Tra i cambiamenti più rilevanti vi è certo quello di un maggior equilibrio relazionale tra uomo e donna, dovuto soprattutto all'emancipazione di quest'ultima da un ruolo di subordinazione a lungo vigente nel corso della storia. Volendo usare un paragone forse eccessivo, si potrebbe dire che come in regime di dittatura i governi risultano più stabili che in democrazia, così allorquando tra marito e moglie vigeva un'asimmetria gerarchica, con lui in posizione di dominio e lei, socialmente, culturalmente, economicamente in situazione di totale dipendenza, i matrimoni apparivano più stabili. Ora che il rapporto tra i coniugi si è "democratizzato", la stabilità del loro legame appare meno scontata, perché esige il libero consenso di entrambi sui molteplici aspetti della vita matrimoniale e familiare.
Con ciò non si vuol negare che nella labilità degli odierni legami coniugali intervenga la responsabilità personale di coloro che li vivono, i quali appaiono rispetto ai loro genitori e nonni meno disposti al sacrificio e alla fatica che ogni relazione con l'altro/a comporta e più propensi a valutare la relazione coniugale in termini di tornaconto individuale, e dunque a entrarvi, rimanervi e fuoriuscire sulla base del proprio benessere personale.
Il diffondersi del "matrimonio liquido", caratterizzato cioè dall'instabilità, sembrerebbe togliergli ogni rilievo pubblico e istituzionale. In realtà, il matrimonio indissolubile, per quanto spesso disatteso nella prassi di vita, rimane un punto di riferimento per dare figura concreta al desiderio amoroso che non smette di sorgere tra uomini e donne, e che pur contiene il voto del "per sempre". È ancora in larga parte per raffronto con l'istituzione matrimoniale che una coppia definisce la qualità della propria relazione amorosa.
2. Una percentuale rilevante delle coppie che chiedono il matrimonio religioso proviene oggi da uno stato di convivenza. Può la convivenza essere considerata moralmente accettabile?
L'aspetto più spinoso della pastorale verso il matrimonio religioso non è il fatto che in larga percentuale coloro che lo chiedono siano già conviventi, ma che costoro siano «battezzati» conviventi. Per definizione il battezzato è «in Cristo», dal quale trae la grazia di amare e al quale ispira il suo amore. Appare coerente, quindi, che egli/ella voglia stare in contatto vivo con Cristo non solo per ciò che riguarda la sua vita individuale, ma anche per ciò che riguarda la sua vita coniugale, così incisiva peraltro sulla sua fisionomia di persona.
Colta in questa prospettiva, la situazione di due battezzati che convivono coniugalmente senza il sacramento del matrimonio risulta incoerente, o per usare il termine tecnico del diritto canonico «irregolare». Se un battezzato si trovasse in situazione di convivenza con piena e libera consapevolezza della sua incoerenza non sarebbe moralmente giustificabile. Ma proprio a riguardo della consapevolezza e della responsabilità che gli odierni conviventi hanno rispetto al loro essere cristiani sorgono i maggiori dubbi: sanno essi del loro legame con Cristo? In che modo lo sanno? Lo frequentano, almeno in forma minimale, sentendo raccontare di Lui (Parola), celebrando i suoi gesti (sacramenti), condividendo con qualche altro cristiano la fatica e la gioia della sequela (comunità)?
La risposta sconsolatamente negativa che gli operatori pastorali danno a queste domande potrebbe subito indurre a imputare agli odierni conviventi la responsabilità del loro incoerente essere battezzati e conviventi. L'operazione appare quanto meno affrettata, se è vero che molti di essi hanno ricevuto il battesimo da bambini e che anche qualora hanno completato l'iniziazione cristiana con i sacramenti della cresima e dell'eucaristia, solo raramente hanno praticato in età adolescenziale, giovanile e adulta la vita di fede. Tutta colpa loro? E se non è tutta colpa loro si può senz'altro ritenerli responsabili non tanto della loro convivenza (la scelta di convivere è loro), ma dell'incoerenza di essere conviventi battezzati?
Il problema a carico della convivenza non è oggi principalmente quello di sapere in astratto se è moralmente accettabile o meno, ma quello di mettere i conviventi a contatto con Cristo, affinché si dispongano ad amare come Lui ha amato e siano dunque anche in grado di scorgere l'incoerenza della loro situazione. In questo senso, il fatto che due conviventi chiedano il sacramento del matrimonio è un'occasione propizia per annunciare loro l'amore di Cristo.
3. La convivenza pre-matrimoniale è però un dato di fatto che interpella la pastorale… Come accogliere? Come rispondere? Come lasciarsi provocare?
Rispetto ai già conviventi che chiedono alla Chiesa di celebrare il sacramento del matrimonio, la posizione degli operatori pastorali mostra qualche imbarazzo. Nel caso tacessero temerebbero di offrire un implicita approvazione della convivenza prematrimoniale, contravvenendo alle regole della Chiesa; nel caso la disapprovassero esplicitamente avrebbero il timore di urtare la suscettibilità dei conviventi, perdendo l'occasione di avvicinarli alla Chiesa e al sacramento del matrimonio.
Nell'uno e nell'altro caso, però, rischia di restare in secondo piano quella che deve essere la prima preoccupazione della pastorale, ovvero il favorire l'incontro con Cristo e la sua sequela. Favorire l'incontro con Cristo significa anzitutto offrire una testimonianza di Lui, del suo stile amoroso che sia il più possibile trasparente e sappia, quindi, provocare la sorpresa di chi scopre che le sue idee sulla Chiesa e su Dio, rimaste spesso quelle dell'infanzia o veicolate dalla superficiale comunicazione mediatica, non corrispondono a ciò che sperimenta di persona nel contatto con gli operatori pastorali o, più globalmente, nei percorsi di preparazione al matrimonio sacramentale.
Di fatto questo già avviene in non pochi percorsi di preparazione al matrimonio, che per molti costituisce l'occasione di entrare nuovamente in contatto, dopo svariati anni, con una realtà ecclesiale profondamente diversa da quella conosciuta in precedenza: si pensi, proprio nell'ambito della pastorale in preparazione al matrimonio alla significativa presenza di coppie che configurano un volto di Chiesa non limitato al clero e illustrano il cristianesimo nel suo vitale rapporto con l'amore di coppia. La cura pastorale nei confronti dei conviventi, più che attardarsi nel misurare la loro distanza rispetto dall'ortodossia e soprattutto all'ortoprassi cristiana, è invitata a tracciare i sentieri e suggerire il cammino che può avvicinarli allo stile amoroso di Cristo. Non basta che si prospetti l'ideale cristiano del matrimonio: esso potrebbe apparire troppo astratto e lontano rispetto al vissuto concreto e immediato di coppia. Occorre mostrare il possibile dinamismo che muove nella direzione dell'amore cristiano partendo dal grado raggiunto dalla relazione di coppia. L'atteggiamento di chi propone, piuttosto che quello di chi giudica, meglio corrisponde alla condizione degli attuali conviventi, i quali forse per la prima volta in occasione della preparazione al matrimonio ascoltano da adulti il vangelo dell'amore. Nella gran parte dei casi, essi non hanno sperimentato da adulti la vita cristiana, cosicché non è il semplice richiamo alla coerenza con la loro condizione di battezzati che li può motivare alla vita cristiana.
4. È possibile presentare il matrimonio cristiano in termini di “fascino possibile”, di ideale umanamente vicino? Oggi che siamo di fronte a una scarsa pratica religiosa e ad un crescente analfabetismo religioso (anche in coloro che si dichiarano cristiani) cosa può significare l’amore di Cristo per la relazione di coppia?
La forza attrattiva del matrimonio cristiano risiede nell'amore di Cristo, al quale dunque occorre indirizzare lo sguardo di coppia. Il racconto del suo amore, certo nella forma dell'annuncio orale, ma soprattutto in quello della testimonianza personale dei coniugi cristiani resta la via più propizia per affascinare gli innamorati di oggi al matrimonio cristiano. Mostrare in concreto come il desiderio amoroso dei due sia assunto e potenziato nel reciproco dono della vita, secondo l'insegnamento di Cristo, è il modo più efficace per convincere lo stretto legame che intercorre tra l'eros umano e l'agape divina.
Nel fascino di una testimonianza vissuta, per quanto sia luminosa, rimane sempre uno scarto tra l'amore effettivamente vissuto e l'altezza dell'amore di Cristo. Anche questo scarto, nella misura in cui non è censurato con l'intenzione magari di non scoraggiare i destinatari, può mostrare la praticabilità del matrimonio cristiano, evitando di prospettarlo come un ideale per coppie eccezionali.
L'attuale situazione di scarsa conoscenza di Cristo e frequentazione del suo amore, se per un verso ostacola la percezione più viva della bellezza di amarsi come Lui ha amato, per altro verso potrebbe accendere il desiderio di un amore vero, creando un terreno favorevole per l'annuncio del vangelo, della buona notizia sull'amore di coppia.
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