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| CATECHESI PER I GENITORI – 10 dicembre 2010 – Quarto incontro |
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| Scritto da Cristina Patuzzi |
| Sabato 05 Febbraio 2011 17:19 |
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CATECHESI PER I GENITORI – 10 dicembre 2010 – Quarto incontro
“Ci siamo sposati in chiesa, Sono cambiate tante cose!”
Note introduttive
Vorrei considerare l’incontro di oggi su due fronti: quello della condizione complessa nella quale si è venuto a trovare oggi la realtà matrimoniale e quella propriamente del fronte educativo/pedagogico conseguente. Essendo impossibilitato a poter seguire direttamente questo incontro che programmato per la fine di novembre già ci siamo trovati a svolgere a metà dicembre ho pensato di affidare queste mie note ad un sostituto che ho cercato di informare in modo dettagliato del percorso fatto sin qui, del taglio tenuto in occasione dei nostri incontri e di quanto ancora ci aspetta. A questo riguardo vi ricordo che con oggi si conclude la prima parte dei nostri incontri. La seconda parte del nostro corso riprenderà nel 2011, il 4 febbraio prossimo con le altre tematiche in programma (4 febbraio 2011 (la realtà della Chiesa, il sacramento della confessione, la questione morale. il significato dell’azione caritativa; e l’ascolto della Parola di Dio). Dunque affrontiamo il tema del V sacramento, quello del Matrimonio cristiano, contestualizzato nella situazione nella quale si trova ad essere vissuto nella società e nella cultura odierna al fine poi di fare qualche considerazione conseguente dal punto di vista propriamente pedagogico/educativo.
1. La condizione del Matrimonio cristiano oggi
Mai come oggi il matrimonio è messo in crisi. Sotto forme sottili se ne intacca la natura. Convivenze, unioni libere, divorzio, sono tutte parole che ci avvertono della bufera che sul matrimonio imperversa. Distruggendo il matrimonio cosa ci resta di veramente solido e sicuro in questa nostra civiltà? Vi era un tempo in cui il matrimonio forse aveva minore apparenza esteriore, ma aveva una profondità di affetto e durata, che non conosceva interruzione Leggevo il racconto di un papà, lui diceva così: "Sono più di 30 anni che vivo con mia moglie. Abbiamo passato momenti di difficoltà economiche fino alla povertà, ma ci siamo voluti bene, sempre. E oggi dico che senza mia moglie mi mancherebbe il fondamento della mia felicità. Non basta un'eternità per sperimentare la ricchezza che è nell'amore". Ci sono ancora queste famiglie in cui lo sposo possa dire della sua unione con la sposa la stessa cosa? Nonostante il grande rumore, che fanno i mass media, che sembra obbediscano alla voglia di egoismo che separa, ci sono coppie che nel matrimonio sanno ancora vivere la vocazione alla santità, dando testimonianza di un amore che non ha limiti e confini. Se crisi c'è oggi nel matrimonio al punto da chiamare tale anche ciò che non può esserlo per natura, credo che dipenda dall'aver sfrattato dalla vita l'Amore, ossia Dio, origine di ogni amore e vita. È sotto i nostri occhi l'immane tragedia di matrimoni spezzati, donne e uomini allo sbaraglio, come traditi, figli che non sanno più chi è il loro papà o la mamma. Davvero un grande calvario, là dove si era chiamati a costruire giorno per giorno un paradiso con fedeltà all'amore.
Mi rifaccio alle note di una interessante intervista rilasciata da un sacerdote insegnate di teologia morale presso il nostro seminario diocesano, don Aristide Fumagalli. In modo particolare direi di tenere presente soprattutto le prime due questioni da lui affrontate: la fragilità della condizione matrimoniale oggi (domanda 1) e la possibilità di presentare ancora oggi il matrimonio cristiano come possibile (domanda 4), lasciando alla vostra lettura le risposte alla domanda 2 e 3 che propriamente affrontano la questione della convivenza dal punto di vista della morale cristiana. Mi sembra di cogliere in genere in queste risposte comunque una straordinaria apertura e una grande misericordia evangelica. (cf. Aristide Fumagalli Convivenze e matrimonio cristiano. Tra realismo e annuncio di fede”, Paoline 2009, intervista)
1. Perché i legami coniugali di oggi sono così fragili? Cosa è cambiato rispetto a un tempo? Il matrimonio può avere ancora una valenza pubblica, istituzionale?
La fragilità degli odierni legami coniugali risalta per confronto con la stabilità di quelli del passato. Un'interpretazione moralistica del fenomeno potrebbe far ritenere che i coniugi di oggi siano peggiori di quelli di un tempo, e che la realtà del matrimonio, un tempo solida, vada "liquidandosi" per via del degrado morale delle nuove generazioni. In tema di giudizio morale però, tanto più quando esso non riguarda un singolo e circostanziato comportamento, ma la globalità di situazioni così differenziate come lo sono le attuali vicende amorose, conviene essere cauti, come del resto Gesù non manca di comandarlo: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1).
Ciò che sembra più facilmente constatabile è il venir meno di elementi socio-istituzionali che soprattutto nei primi decenni del secolo XX, costringevano e, al contempo, favorivano la stabilità dei matrimoni. Tra i cambiamenti più rilevanti vi è certo quello di un maggior equilibrio relazionale tra uomo e donna, dovuto soprattutto all'emancipazione di quest'ultima da un ruolo di subordinazione a lungo vigente nel corso della storia. Volendo usare un paragone forse eccessivo, si potrebbe dire che come in regime di dittatura i governi risultano più stabili che in democrazia, così allorquando tra marito e moglie vigeva un'asimmetria gerarchica, con lui in posizione di dominio e lei, socialmente, culturalmente, economicamente in situazione di totale dipendenza, i matrimoni apparivano più stabili. Ora che il rapporto tra i coniugi si è "democratizzato", la stabilità del loro legame appare meno scontata, perché esige il libero consenso di entrambi sui molteplici aspetti della vita matrimoniale e familiare. Con ciò non si vuol negare che nella labilità degli odierni legami coniugali intervenga la responsabilità personale di coloro che li vivono, i quali appaiono rispetto ai loro genitori e nonni meno disposti al sacrificio e alla fatica che ogni relazione con l'altro/a comporta e più propensi a valutare la relazione coniugale in termini di tornaconto individuale, e dunque a entrarvi, rimanervi e fuoriuscire sulla base del proprio benessere personale. Il diffondersi del "matrimonio liquido", caratterizzato cioè dall'instabilità, sembrerebbe togliergli ogni rilievo pubblico e istituzionale. In realtà, il matrimonio indissolubile, per quanto spesso disatteso nella prassi di vita, rimane un punto di riferimento per dare figura concreta al desiderio amoroso che non smette di sorgere tra uomini e donne, e che pur contiene il voto del "per sempre". È ancora in larga parte per raffronto con l'istituzione matrimoniale che una coppia definisce la qualità della propria relazione amorosa.
2. Una percentuale rilevante delle coppie che chiedono il matrimonio religioso proviene oggi da uno stato di convivenza. Può la convivenza essere considerata moralmente accettabile?
L'aspetto più spinoso della pastorale verso il matrimonio religioso non è il fatto che in larga percentuale coloro che lo chiedono siano già conviventi, ma che costoro siano «battezzati» conviventi. Per definizione il battezzato è «in Cristo», dal quale trae la grazia di amare e al quale ispira il suo amore. Appare coerente, quindi, che egli/ella voglia stare in contatto vivo con Cristo non solo per ciò che riguarda la sua vita individuale, ma anche per ciò che riguarda la sua vita coniugale, così incisiva peraltro sulla sua fisionomia di persona.
Colta in questa prospettiva, la situazione di due battezzati che convivono coniugalmente senza il sacramento del matrimonio risulta incoerente, o per usare il termine tecnico del diritto canonico «irregolare». Se un battezzato si trovasse in situazione di convivenza con piena e libera consapevolezza della sua incoerenza non sarebbe moralmente giustificabile. Ma proprio a riguardo della consapevolezza e della responsabilità che gli odierni conviventi hanno rispetto al loro essere cristiani sorgono i maggiori dubbi: sanno essi del loro legame con Cristo? In che modo lo sanno? Lo frequentano, almeno in forma minimale, sentendo raccontare di Lui (Parola), celebrando i suoi gesti (sacramenti), condividendo con qualche altro cristiano la fatica e la gioia della sequela (comunità)? La risposta sconsolatamente negativa che gli operatori pastorali danno a queste domande potrebbe subito indurre a imputare agli odierni conviventi la responsabilità del loro incoerente essere battezzati e conviventi. L'operazione appare quanto meno affrettata, se è vero che molti di essi hanno ricevuto il battesimo da bambini e che anche qualora hanno completato l'iniziazione cristiana con i sacramenti della cresima e dell'eucaristia, solo raramente hanno praticato in età adolescenziale, giovanile e adulta la vita di fede. Tutta colpa loro? E se non è tutta colpa loro si può senz'altro ritenerli responsabili non tanto della loro convivenza (la scelta di convivere è loro), ma dell'incoerenza di essere conviventi battezzati?
Il problema a carico della convivenza non è oggi principalmente quello di sapere in astratto se è moralmente accettabile o meno, ma quello di mettere i conviventi a contatto con Cristo, affinché si dispongano ad amare come Lui ha amato e siano dunque anche in grado di scorgere l'incoerenza della loro situazione. In questo senso, il fatto che due conviventi chiedano il sacramento del matrimonio è un'occasione propizia per annunciare loro l'amore di Cristo.
3. La convivenza pre-matrimoniale è però un dato di fatto che interpella la pastorale… Come accogliere? Come rispondere? Come lasciarsi provocare?
Rispetto ai già conviventi che chiedono alla Chiesa di celebrare il sacramento del matrimonio, la posizione degli operatori pastorali mostra qualche imbarazzo. Nel caso tacessero temerebbero di offrire un implicita approvazione della convivenza prematrimoniale, contravvenendo alle regole della Chiesa; nel caso la disapprovassero esplicitamente avrebbero il timore di urtare la suscettibilità dei conviventi, perdendo l'occasione di avvicinarli alla Chiesa e al sacramento del matrimonio. Nell'uno e nell'altro caso, però, rischia di restare in secondo piano quella che deve essere la prima preoccupazione della pastorale, ovvero il favorire l'incontro con Cristo e la sua sequela. Favorire l'incontro con Cristo significa anzitutto offrire una testimonianza di Lui, del suo stile amoroso che sia il più possibile trasparente e sappia, quindi, provocare la sorpresa di chi scopre che le sue idee sulla Chiesa e su Dio, rimaste spesso quelle dell'infanzia o veicolate dalla superficiale comunicazione mediatica, non corrispondono a ciò che sperimenta di persona nel contatto con gli operatori pastorali o, più globalmente, nei percorsi di preparazione al matrimonio sacramentale.
Di fatto questo già avviene in non pochi percorsi di preparazione al matrimonio, che per molti costituisce l'occasione di entrare nuovamente in contatto, dopo svariati anni, con una realtà ecclesiale profondamente diversa da quella conosciuta in precedenza: si pensi, proprio nell'ambito della pastorale in preparazione al matrimonio alla significativa presenza di coppie che configurano un volto di Chiesa non limitato al clero e illustrano il cristianesimo nel suo vitale rapporto con l'amore di coppia. La cura pastorale nei confronti dei conviventi, più che attardarsi nel misurare la loro distanza rispetto dall'ortodossia e soprattutto all'ortoprassi cristiana, è invitata a tracciare i sentieri e suggerire il cammino che può avvicinarli allo stile amoroso di Cristo. Non basta che si prospetti l'ideale cristiano del matrimonio: esso potrebbe apparire troppo astratto e lontano rispetto al vissuto concreto e immediato di coppia. Occorre mostrare il possibile dinamismo che muove nella direzione dell'amore cristiano partendo dal grado raggiunto dalla relazione di coppia. L'atteggiamento di chi propone, piuttosto che quello di chi giudica, meglio corrisponde alla condizione degli attuali conviventi, i quali forse per la prima volta in occasione della preparazione al matrimonio ascoltano da adulti il vangelo dell'amore. Nella gran parte dei casi, essi non hanno sperimentato da adulti la vita cristiana, cosicché non è il semplice richiamo alla coerenza con la loro condizione di battezzati che li può motivare alla vita cristiana.
4. È possibile presentare il matrimonio cristiano in termini di “fascino possibile”, di ideale umanamente vicino? Oggi che siamo di fronte a una scarsa pratica religiosa e ad un crescente analfabetismo religioso (anche in coloro che si dichiarano cristiani) cosa può significare l’amore di Cristo per la relazione di coppia?
La forza attrattiva del matrimonio cristiano risiede nell'amore di Cristo, al quale dunque occorre indirizzare lo sguardo di coppia. Il racconto del suo amore, certo nella forma dell'annuncio orale, ma soprattutto in quello della testimonianza personale dei coniugi cristiani resta la via più propizia per affascinare gli innamorati di oggi al matrimonio cristiano. Mostrare in concreto come il desiderio amoroso dei due sia assunto e potenziato nel reciproco dono della vita, secondo l'insegnamento di Cristo, è il modo più efficace per convincere lo stretto legame che intercorre tra l'eros umano e l'agape divina. Nel fascino di una testimonianza vissuta, per quanto sia luminosa, rimane sempre uno scarto tra l'amore effettivamente vissuto e l'altezza dell'amore di Cristo. Anche questo scarto, nella misura in cui non è censurato con l'intenzione magari di non scoraggiare i destinatari, può mostrare la praticabilità del matrimonio cristiano, evitando di prospettarlo come un ideale per coppie eccezionali. L'attuale situazione di scarsa conoscenza di Cristo e frequentazione del suo amore, se per un verso ostacola la percezione più viva della bellezza di amarsi come Lui ha amato, per altro verso potrebbe accendere il desiderio di un amore vero, creando un terreno favorevole per l'annuncio del vangelo, della buona notizia sull'amore di coppia.
2. Educare in Famiglia: un’arte difficile. Linee pedagogiche conseguenti
Luca 2,41-52 - [39]Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. [40]Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui. [41]I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. [42]Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l'usanza; [43]ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. [44]Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; [45]non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. [46]Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. [47]E tutti quelli che l'udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. [48]Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». [49]Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». [50]Ma essi non compresero le sue parole. [51]Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. [52]E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Prima di addentrarci nella lettura dell’episodio di Gesù ritrovato nel Tempio (Lc 2,41-52), che la liturgia ambrosiana della IV domenica di gennaio ricorda con la Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, è opportuno riferirsi anche ai due versetti che concludono l’episodio precedente (Lc 2,39-40) e che per sè il brano, proposto da questa liturgia, non ricorda, ma che tuttavia ben significano il senso vero della vita di questa singolare famiglia. “Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret”. Gesù a Nazaret non è nascondimento, ma già una specifica rivelazione del mistero di Dio fatto uomo tra gli uomini. Là impara ad essere allattato e amato, abbracciato e baciato, a toccare e a parlare, a giocare e camminare, condividendo minuti, ore, notti e giorni, le nostre feste e le nostre stagioni. Intuendo la tenerezza dell’amore di uomo per una donna. In questo senso “Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui”. Il mistero di Gesù a Nazaret è così da parte di Dio l’assunzione - graduale e piena - della nostra vita. Incarnandosi, nella concretezza della nostra quotidianità, Nazaret è il mistero che redime la nostra creaturalità dall’insignificanza del suo limite, diventando, nel suo stesso silenzio, il mistero più eloquente del crescere, del diventare stesso di Dio in mezzo a noi.
Che il contesto sia, dunque, rivelativo, in senso pieno, del disegno di Dio tra gli uomini lo attestano persino le parole, così pasquali, che introducono quest’episodio: “I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua”. Si potrebbe quasi affermare che Gesù ci insegnerà poi il senso della Sua Pasqua solo dopo esser stato introdotto ad essa dai Suoi: “quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza (l’uso della festa)”. Gesù adolescente è già mosso dal desiderio che Lo porterà, adulto, a Gerusalemme per la Sua Pasqua (Lc 22,15 e 12,50). Tutta la Sua vita sarà un ascendere a Gerusalemme, improntato all’unicità della Sua Pasqua. Cosicché, “trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase (resistette) a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero”. Gerusalemme è già mèta incompresa, dalla quale però Lui non si staccherà più. Se, nella linea della vita di Nazaret, i Suoi genitori pensavano che Egli stesse camminando con gli altri, “Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio”, c’è ben altro in questione: “poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti”. Non è tra i parenti secondo la carne, perché Suoi “sono coloro che ascoltano la parola di Dio” (Lc 8,21); né tra i conoscenti, perché il Suo mistero, nascosto a chi crede di sapere, è rivelato ai piccoli (Lc 10,21).
E, dunque, si ritorna ancora a Gerusalemme: “non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme”. Provando un’angoscia molto simile allo smarrimento di chi non trova Colui che non può non cercare. Come la ricerca affannata di chi corre al sepolcro e non trova più il corpo del Signore: “Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto” (Lc 24,24). Non Lo si trova se Lo si crede sulla stessa strada di chi si allontana da Gerusalemme. Per trovarLo è necessario piuttosto invertire la rotta: arrivando al cuore del Tempio, dove la Legge, per la Sua presenza, comincia ad esser detta in pienezza (Rm 13,19). Tanto che “dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava”. È Lui l’Evangelo che, proprio dopo tre giorni, diventa la risposta ad ogni interrogativo umano. E “Tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore (fuori di sé) per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti (colpiti)”. Lo stupore che prova Elisabetta vedendo Maria venirle incontro portando nel grembo Gesù (Lc 1,41-44); la meraviglia della gente che ascolta i pastori narrare del Bambino Gesù (Lc 1,18-19); lo stesso dei Suoi stessi genitori che, sentendo Simeone, “si stupivano delle cose che si dicevano di lui” (Lc 1,33).
Ma lo stupore genera a sua volta degli interrogativi: “e sua madre gli disse: ‘Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo’”. Le parole di Maria tradiscono, ad un tempo, tutto il dolore causato dalla Sua perdita e l’ansia per la Sua ricerca. Il Suo destino pasquale non è scontato per nessuno: né per Suo “padre”, né per lei, Sua “madre”. Gesù non è opzione, ma propriamente una necessità per tutti: Tu ci sei necessario! (Paolo VI). “Ed egli rispose: Perché mi ceravate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Gesù non rimprovera i Suoi per la ricerca, ma per il modo nel quale quella ricerca è stata effettuata. Il modo proprio di coloro che non sanno, cioè non capiscono affatto il disegno del Padre Suo. Per la prima volta viene nominato così il grande regista di questa immensa operazione d’amore: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. La prima e ultima parola di Gesù, nel vangelo di Luca è, infatti, “Padre”. Qui e in Lc 23,46. Perché la paternità di Dio fa da inclusione a tutto questo vangelo. Gesù, infatti, è venuto per sciogliere in noi la parola “Abba”, mostrandoci così le “cose” delle quali Egli si deve ormai occupare, in modo esclusivo. Perché “il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato, e compiere l’opera sua” (Gv 4,34). In questo senso “essi non compresero le sue parole”.
E Gesù, dunque, non resta nel tempio di Gerusalemme: “Partì dunque con loro e tornò a Nazaret”. Torna piuttosto nel normale cammino degli uomini. Ripartendo da lì, infatti, potrà incontrare tutti i perduti e tutti gli sventurati dell’umanità, per condurli tutti nel cuore del Padre Suo. Ma nella modalità della piena e totale sottomissione all’umanità nostra: “e stava loro sottomesso”. Infatti, “Benché fosse Figlio, imparò l’ubbidienza dalle cose che soffrì” (Eb 5,8). Intanto Maria, “sua madre”, che è vero modello della Chiesa, “serbava (custodiva attraverso il tempo) tutte queste cose nel suo cuore”. Avendo portato Gesù nel grembo, ora Lo porta “nel suo cuore”, divenendo così pienamente madre di Suo Figlio e figlia, cioè discepola, del Figlio Suo. Questa gestazione spirituale (“nel cuore”), tende così specificamente a formare la statura piena di Cristo (Ef 4,13), quando, in forza di Lui, Dio sarà tutto in tutti (1 Cor 15,28). Per questo, “Gesù cresceva in sapienza, età (in statura) e grazia”. Sappiamo, infatti, in cosa consiste ormai la Sua sapienza: compiere la volontà del Padre, resistendo a Gerusalemme; mentre la Sua statura è quella che Egli assumerà crescendo nel cuore stesso dei credenti, fino alla consegna definitiva del Regno al Padre Suo; cosicché la grazia è il Suo essere, ad un tempo, presso il Padre e presso ciascuno di noi. Per sempre così, “davanti a Dio e agli uomini”.
3. La Famiglia al centro della nostra Comunità parrocchiale Note per l’avvio della Commissione Famiglia da parte del Consiglio Pastorale (19.gennaio 2010)
Continua il percorso di ricognizione delle azioni più significative della nostra Comunità parrocchiale in vista della costituzione delle cosiddette Commissioni pastorali. L’Equipe liturgica (non possiamo parlare ancora di una Commissione vera e propria), avviata nell’ottobre-novembre 2009 in ordine all’azione Celebrativo-liturgica sta già lavorando e periodicamente informerà il CP dei risultati raggiunti. Si apre a questo punto l’esigenza di focalizzare la nostra attenzione sulla realtà della famiglia, un ambito determinante e imprescindibile della nostra vita parrocchiale. Già nella Familiaris consortio (1981) Giovanni Paolo II affermava che l’avvenire dell’umanità passa necessariamente attraverso la famiglia: “Un particolare sforzo a questo riguardo sento di dover chiedere ai figli della Chiesa. Essi, che nella fede conoscono pienamente il meraviglioso disegno di Dio, hanno una ragione in più per prendersi a cuore la realtà della famiglia in questo nostro tempo di prova e di grazia. Essi devono amare in modo particolare la famiglia. E' questa una consegna concreta ed esigente” (n. 86). Sulla scorta di questo autorevole invito perché non affermare che anche l’avvenire della Chiesa passa attraverso la famiglia? Che pure il futuro concreto della nostra Comunità parrocchiale è strettamente correlato e dipendente dalla famiglia?
Eucaristia e famiglia Sono convinto che la considerazione, in sequenza, dell’azione Celebrativo-liturgica e della realtà della Famiglia, risponde ad una ragione profonda. Quando, infatti, ci riuniamo per celebrare l’Eucaristia presupponiamo – col rischio di ritenerla sin troppo scontata - la realtà della famiglia. Se non ci fossero tante famiglie cristiane dalle quali di fatto deriviamo, non solo in senso biologico e sociologico, ma anche cristiano, cosa sarebbero di fatto le nostre Messe? Non intendo tanto stabilire un rapporto di dipendenza dell’Eucaristia dalla famiglia, ma prendere atto piuttosto di una relazione strettissima tra due realtà anzitutto cristiane e spirituali: il sacramento dell’Eucaristia da una parte e il sacramento del Matrimonio dall’altra. Se siamo stati battezzati è perché la nostra famiglia ha deciso che ricevessimo il Battesimo, abilitandoci così a partecipare all’Eucaristia. E questo vale anche per gli altri sacramenti dell’Iniziazione cristiana, fino alla Cresima. Poi le vicende complesse della vita possono aver cambiato il volto delle nostre famiglie di origine, sino a sperimentare qualche seria fatica, magari persino la separazione e il divorzio. Ma, stando ancora all’indicazione della Chiesa, è sempre la partecipazione all’Eucaristia che torna in evidenza o addirittura viene messa in discussione. Anche gli anziani e ammalati nella Comunità, in ordine alla partecipazione all’Eucaristia, non possono prescindere dalla disponibilità di una famiglia che si faccia carico, in genuino spirito di servizio, della opportunità che pure loro possano partecipare all’Eucaristia o riceverla in casa.
La famiglia al centro Perché mettere la famiglia al centro? Perché la famiglia non è solo cellula della società, cioè principio necessario della sua organizzazione. Anche Benedetto XVI, nella Caritas in Veritate, ha affermato che gli Stati "sono chiamati a varare politiche che promuovano la centralità della famiglia" (cap. IV) e che "lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia" (cap. V). Tutto questo è profondamente vero e va ribadito con forza. La questione che ci sta a cuore è tuttavia accorgerci che la famiglia è decisiva anche da un punto di vista ecclesiale. Per questo anche il Concilio Vaticano II, usando una antica espressione, ha definito la famiglia “chiesa domestica” (cf Lumen gentium, 11: AAS 57, 1965 16). Infatti è in seno alla famiglia che i genitori sono per i loro figli, con la parola e l'esempio, i primi annunciatori della fede, assecondando così la vocazione propria di ognuno (Cat. Chiesa Cattolica, 1656); ed è nella famiglia che è possibile esercitare in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre, della madre, dei figli e di tutti i membri della famiglia, con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, apprendendo così la fatica e la gioia del lavoro, l'amore fraterno, il perdono (C.C.C. 1657). Senza dimenticare le molte persone sole e celibi (C.C.C. 1658), nei confronti delle quali la famiglia può aprire le sue porte, facendo si che la Comunità cristiana diventi casa e famiglia per tutti, specialmente i più “affaticati e oppressi” (Mt 11,28). Ma detto questo, l’affermazione della centralità della famiglia si evidenzia nella Chiesa oggi, e dunque, anche in una Comunità parrocchiale, in un senso più dialettico e negativo. Cioè anche nella Chiesa questa supposta centralità della famiglia può essere disattesa. Se la famiglia è facilmente bistrattata nelle società occidentali - trascurata politicamente e magari ignorata da un punto di vista lavorativo e professionale - la realtà della famiglia non sembra essere sempre e concretamente al cuore della Chiesa. Forse anche a causa di una centratura più clericale e parrocchialista. Per questo è urgente recuperare l’affermazione della centralità della famiglia espressa dal nostro Arcivescovo, che ha dedicato addirittura tre lettere pastorali alla famiglia (Dionigi Tettamanzi, L’amore di Dio è in mezzo a noi - percorso pastorale sulla famiglia per il triennio 2006-2009).
L’intuizione di fondo C’è una affermazione che mi convince molto ed è ripresa in qualche recente documento pastorale: La famiglia, deve passare nella Chiesa da oggetto a soggetto dell'evangelizzazione (su Famiglia, soggetto di evangelizzazione, il Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha riunito a Roma nel settembre 2009, decine di coppie da tutto il mondo e sacerdoti impegnati nella pastorale familiare). In questo senso vorrei lavorare con voi anzitutto su una prospettiva positiva della centralità della famiglia, lasciando in secondo piano, senza tuttavia disattenderla, la considerazione di tutta una serie di analisi negative e problematiche che si potrebbero fare a riguardo della condizione della famiglia oggi. Soprattutto vorrei riuscire con voi ad abbandonare una lettura scoraggiata e sterile della famiglia. Insomma: basta con una Comunità parrocchiale che retoricamente si disanima davanti alle fatiche che pesano anzitutto sulla famiglia oggi. Non basta più un atteggiamento ecclesiastico che fa da croce rossa o da supplente nei confronti di una famiglia sempre malaticcia e provata. Come non basta più proclamare, anche da un punto di vista ecclesiale, tutta una serie di principi e analisi consegnati a documenti e direttori circa la realtà delle famiglie che frequentano le nostre celebrazioni e abitano le nostre attività parrocchiali. Dobbiamo puntare – ecco la sfida – ad una parrocchia di famiglie, composta concretamente dalle famiglie che la frequentano o la vogliono frequentare. Famiglie che spesso sono quello che sono e magari non sono come vorremmo che fossero. In questo senso dovremmo riuscire a sognare insieme una Comunità parrocchiale dove la famiglia sia, nella concretezza dei suoi passi, soggetto attivo nel compito di evangelizzazione della Chiesa, in ragione del sacramento del matrimonio che già la abita e la abilita.
Linee di analisi e di possibile intervento Il cammino di ricognizione e di analisi, al fine di segnalare convinzioni e azioni pastorali significative in rapporto alla famiglia nella nostra Comunità, si prospetta particolarmente vasto e complesso. Anche se non si tratta di fare tutto da un punto di vista pastorale, ma piuttosto individuare piste di analisi e di lavoro che rispondano almeno a questa duplice prospettiva: 1) come la Chiesa, e dunque la nostra Comunità parrocchiale, può cercare di mettere al centro della propria attenzione la realtà della famiglia anzitutto servendola, senza servirsene? 2) quale apporto la famiglia può ancora dare di fatto oggi al servizio di evangelizzazione (di annuncio del Vangelo) proprio della Chiesa e, dunque, di una Comunità parrocchiale? Voglio suggerire qualche linea operativa per avviare il dibattito all’interno del CP: a) Che rapporto - abitativo, di servizio (nidi, asili e scuole) e di relazione col territorio – stanno mettendo in atto le ‘giovani famiglie’ in aumento, con il comprensorio di Milano due? b) Che significato e che immagine, funzionale e qualitativa, riveste la nostra Comunità per la famiglia media (le famiglie dei bambini e ragazzi della Catechesi) di Milano due? c) A quali urgenze famigliari, di carattere socio-culturali e sacramentale, la nostra Comunità parrocchiale intende rispondere, in ordine all’annuncio dell’Evangelo che propriamente le compete? cf. in questo senso: le famiglie in situazione difficili (Dionigi Tettamanzi, Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, 2008); come pure: l’attenzione alle famiglie che scelgono l’adozione; famiglie con famigliari segnati da disabilità fisiche o psichiche; la ‘solitudine famigliare’ di molti anziani in coppia e non; la condizione dei single, ecc. Consapevole di avere semplicemente suggerito solo alcuni spunti, di fatto il nostro CP, avviata una prima discussione (seduta del 19 gennaio 2010 sul tema, si incaricherà di proporre alcuni consiglieri in vista della composizione dell’Equipe per la famiglia, che si impegnerà poi ad affrontare questa attenzione alla famiglia in modo più complessivo e ordinato, già con la seduta del prossimo 23 febbraio. Questo nell’intento di costituire nel tempo una vera e propria Commissione Famiglia parrocchiale, alla quale affidare, in modo stabile, il compito di sostenere pastoralmente la centralità della famiglia, nella considerazione e nell’azione propria della nostra Comunità parrocchiale. La Santa Famiglia di Nazaret, di Gesù, Maria e Giuseppe, assista continuamente il nostro lavoro.
Scheda 1 - ATTENTI A QUEL VIRUS
Le "malattie" che attaccano il matrimonio nell'analisi dello psicologo Osvaldo Poli: il "marito amorfo", la "moglie ossessiva", la "suocera straripante"...
Ecco alcuni tra i più pericolosi "virus coniugali" e i loro effetti sulla vita familiare, tratti dalla relazione di Osvaldo Poli. Per sorridere, ma anche per pensare.
«Lui tende a lasciar correre tutto, a passare sopra le cose, a far finta di niente, "tanto poi si aggiustano". Si comporta come se pensasse: ciò che non faccio io, lo farà un altro. Mi sembra di non poter mai avere un aiuto da parte sua, e con tre figli non posso più permettermelo. Lui non si ricorda le cose, non le coglie, è superficiale. Soprattutto non parla: bisogna metterlo sotto torchio per fargli dire qualcosa. È amorfo, insipido, senza carattere. Lui conta sempre sul fatto che "comunque possa andar bene", ma non si impegna mai. Mi dice sempre: "Ti prometto, ti prometto...". Ma poi non lo fa, come i bambini. Mi esaspera e poi, come ha fatto ieri, mi regala un libretto dal titolo: "La carità è paziente". Sono andata fuori di testa. Se l'avessi visto così non so se l'avrei sposato... ».
«Sono molto insicura del mio valore, penso sempre che lui possa trovare qualcuno migliore di me e lasciarmi. Per evitare questo devo avere sotto controllo tutta la sua vita. Se si ferma con un amico a parlare, mi scoccia, se qualcuno sa di lui cose che io non so, sono infastidita, se una sera mi dice che non ha niente da dirmi mi arrabbio, se accende il computer per svagarsi, lo vivo come un rifiuto di stare con me, quando rientra in casa gli faccio l'interrogatorio. Ho sempre bisogno di verificare che parla di più con me, che preferisce stare con me, che mi considera meglio di tutti gli altri, altrimenti vado nel panico. Per questo devo avere il controllo su tutta la sua vita. Gli tolgo la libertà, come la tolgo a me stessa. Così mi lego a lui e cerco di legare lui a me. Ma non siamo felici insieme».
VIRUS DELLA SUOCERA STRARIPANTE «Mia moglie stravede per sua madre, che abita sotto di noi ed è, per così dire, il suo pilastro. Loro due, madre e figlia, la pensano allo stesso modo. Se dico a mia moglie: "Dai la Tachipirina al bambino", mi dice che sono uno scriteriato. Se dopo dieci minuti glielo dice sua mamma, allora va bene. Ha chiamato nostro figlio con lo stesso nome del padre defunto. Ha fatto contenta sua mamma, ma io tutte le volte che devo chiamarlo non riesco a pronunciare quel nome assurdo. Sembra che ragionino con una testa sola, sono sempre d'accordo fra loro e io vengo sempre messo in minoranza. Non si rende conto degli errori educativi che ha fatto sua madre, la ritiene perfetta ed è come se si fosse impegnata a donarla, quindi a rifare gli stessi errori con i nostri figli. Uno di questi giorni scoppio».
VIRUS DEL MARITO INVIDIOSO «Se io sopravanzo in qualcosa mio marito, soprattutto di fronte agli altri, segretamente se ne risente. Si sente sminuito e cerca di sminuire me. Non riconosce i miei meriti e le mie capacità, per sentirsi valido lui, deve schiacciare me. Se sono felice per qualcosa, mi dice che sono stupidaggini. Se mi metto a cantare, storce il naso. Se ascolto musica, mi fa sentire una donna poco seria. Se guardo la tv mi fa capire che quei programmi sono senza senso. Sono sempre stata gioiosa, scherzosa, estroversa ma dopo tanti anni che sto con lui non rido più».
VIRUS DEL MARITO INCASSATORE «Quando mi lamento di lui, mio marito incassa il colpo, mi dà ragione, promette di cambiare ma non lo fa mai. Sopporta le critiche ma non fa una piega. Quando mi arrabbio lui fa il cane bastonato e dice: "Allora pensi che io non faccia proprio niente? Sei brava solo tu?". Torna a casa con il gelato per "distendere gli animi" e io vado su tutte le furie. Lui in realtà pensa che io sia esagerata e aspetta solo che mi passi. I suoi comportamenti mi fanno sentire in colpa ma hanno una certa presa su di me: infatti penso che potrebbe essere vero quello che dice lui. Entro nel dubbio e dico a me stessa: "In fondo cosa mi manca? C'è chi sta ben peggio di noi. Forse sono io che pretendo troppo, che dovrei accontentarmi, sono io che ho un brutto carattere". Se lui vede che sono un po' più serena, pensa che sia passato tutto e si riavvicina a me, senza capire che voglio qualcosa di diverso da lui».
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| Ultimo aggiornamento Sabato 05 Febbraio 2011 17:37 |



