Gruppi
Pubblicazioni
Galleria foto
| CATECHESI PER I GENITORI - 15 ottobre 2010 – Primo incontro |
|
|
|
| Scritto da Cristina Patuzzi |
| Sabato 05 Febbraio 2011 16:55 |
|
CATECHESI PER I GENITORI - 15 ottobre 2010 – Primo incontro
“nel nome del Padre….” Crediamo nello stesso Dio? Noi in chi crediamo? appunti a cura di don Walter
DONACI, SIGNORE GESU', IL TUO SPIRITO! Il tuo Spirito illumini la nostra mente, ci renda attenti alla tua Parola, Liberi da meschinità e paure. Donaci, o Signore Gesù, il tuo Santo Spirito, e in lui trovi pace il nostro cuore inquieto, turbato. e per la sacralità delle tue creature. Vivifica o Santo Spirito, la tua Chiesa! Sia più bella di tutti i sogni, più bella delle lacrime di chi visse e morì nella notte per costruirla. (G. Vannucci)
1. I rischi dell’inizio: il consiglio dei topi
Un racconto simpatico per iniziare La nostra serata: Un gatto, che dicean il Mangialardo, facea dei topi un così gran macello, e tanti nell’avello n’avea sospinti e sbigottiti tanti, che i pochi vivi ancora non osavano il muso cacciar fuora. Quatti nei buchi se ne morian di fame, tanta paura avean di quel, non gatto, ma carnefice infame. Un giorno tuttavia, colto il momento che il gatto andò a far visita all’amante e stette in alto tutta la giornata, si radunano i topi a parlamento. Il Presidente, ch’era persona di gran senno, propose e parve bello a tutti il suo consiglio: che s’attaccasse al gatto un campanello, un campanel che suona e dia l’avviso ai topi di fuggire, quando il nemico accenna di venire. -Bravo, bene, benissimo! – ciascuno approva la mozione. Ma quando si trattò di sceglier quello che attaccare doveva il campanello, non si trovò nessuno. Fossi matto…io no…fossi corbello! Vedendo ch’era chiacchiera perduta, il Presidente leva la seduta. Ho veduto qualche altro Parlamento,(non di topi) e qualche altra commissione che venne alla precisa conclusione. A ciarlar son bravi in cento,ma diverso è ben l’affare quando trattasi di fare (Jean de La Fontaine). Se devo dirla tutta ho avviato questi incontri di Catechesi per i genitori rischiando. - Ho rischiato di mettere in campo un’idea che frulla nella testa di molti parroci che intuiscono bene che la catechesi fatta ai bambini per sé non basta per aiutarli a crescere nella loro fede. Lo si continua a dire che è fondamentale la collaborazione dei genitori e che la questione di fondo, da un punto di vista propriamente pedagogico cristiano, è la reale convinzione dei genitori di questi bambini e di questi ragazzi. Non si tratta di incolpare i genitori che, proprio su questo punto si trovano in difficoltà per tante ragioni, ma almeno di ritrovarsi sul fronte della corresponsabilità. Cioè del sentire insieme la responsabilità di far passare nei nostri bambini e ragazzi delle convinzioni che, se non sono bene chiare e radicate negli adulti, di fatto, faticano a passare in modo convincente anche nei nostri piccoli. - Ma ho rischiato soprattutto, organizzando questi incontri, nel chiedervi un incontro più diretto e coinvolgente con la fede cristiana. Mi rendo conto infatti che quando ci si inoltra in tematiche di fede di questo genere, la questione non è più solo di carattere pedagogico (come educare bene e al meglio i nostri figli alla fede….), ma di carattere relazionale personale. O scatta una relazione, una intesa, un linguaggio comune su questi temi tra noi, oppure anche la questione pedagogica rischia di saltare. Questa infatti è la questione più delicata. Perché quando si parla della fede degli altri e della loro crescita di fede, del loro itinerario di fede, entriamo in ballo subito anche noi, in prima persona. Quando si parla della fede e si cerca di prenderla in seria considerazione non c’è più alcuna formalità che tenga: o ci si compromette personalmente oppure, inevitabilmente, i discorsi rischiano di essere teorici e astratti, incapaci di affrontare la realtà nella sua verità ultima e decisiva. - Poi, se volete ho rischiato anche da un punto di vista propriamente organizzativo di queste serate: chiedendovi di venire al venerdì perché non mi restava un’altra serata libera durante la settimana sul pronte parrocchiale; chiedendovi di apporre una firma che vi compromettesse in occasione della iscrizione alla catechesi dei vostri figli, sapendo che oltre a tante situazioni ‘normali’ (ma cosa è propriamente la normalità di questi tempi?) ci sono tante situazioni, familiari e di coppia, complesse e comunque non semplici, da un punto di vista organizzativo: come quella di lasciare a casa i vostri figli mentre voi vene state in parrocchia a fare cosa?); ma soprattutto intuendo che la vostra fede in questi ultimi anni è un po’ debole e non avete tempo di affrontare adesso certi temi; magari che la condizione morale della vostra coppia sta passando un momento critico ecc… Azzardo, rischio appunto di voler esprimere un sussulto di speranza, avviando questa catechesi per i genitori. Del resto proprio oggi celebriamo la memoria liturgica di S. Teresa d’Avila, una santa vissuta in Spagna a ridosso della Riforma cattolica. proprio lei s’era permessa di dire che è “molto importante rendersi conto che Dio non conduce tutti per la stessa strada; infatti può accadere che colui che si crede più indietro sia invece più avanti agli occhi del Signore” (Teresa d'Avila, Cammino di perfezione)
2. La fede cristiana oggi: false divinità odierne e il relativismo della fede La domanda che ci facciamo in partenza è questa in quale situazione, in quale contesto o orizzonte si trova ad essere collocata la nostra fede? la nostra fede cristiana? Infatti: - una volta chiarito il l’orizzonte personale o soggettivo della propria fede, della propria relazione con Dio (e naturalmente già a questo livello la questione è seria e meriterebbe una riflessione molto attenta e schietta da parte di ciascuno); - e una volta superato o chiarita anche la questione più immediatamente pedagogica della fede (il fatto cioè che ci troviamo qui in ragione del fatto che sono i nostri figli che ci hanno provocati a riflettere sulla nostra fede, sulla nostra situazione di credente o di non credente), va subito guadagnato un orizzonte culturale, esistenziale e sociale, entro il quale si colloca la situazione della fede cristiana oggi. E su questo punto dobbiamo prendere atto che in questi anni ci sta molto aiutando con le sue riflessioni puntuali e alte, papa Benedetto XVI. La denuncia delle piaghe della civiltà odierna Anzitutto, riferendomi alle analisi di Benedetto XVI, metterei in evidenza una sequenza di situazioni che il Papa ha recentemente elencato in occasione di una riflessione a braccio fatta in apertura della prima riunione del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente il 10 ottobre 2010. In quella occasione il Papa ha fatto riferimento a quattro false divinità che stanno distruggendo il nostro mondo: 1) I capitali anonimi, 2) le forme di vita che hanno banalizzato l’immoralità, 3) le ideologie terroristiche che agiscono in nome di Dio, 4) la droga. - Parlando di ‘capitali anonimi’, il Papa affermava che si tratta di “una delle grandi potenze della nostra storia”, una vera e propria forma di schiavitù alla quale sono sottoposti gli uomini di oggi, aggiungendo che “essi non sono più cose dell'uomo: sono invece un potere anonimo al servizio del quale gli uomini si mettono, e per il quale soffrono e muoiono”, “un potere distruttore che minaccia il mondo”. - Analoghe considerazioni Benedetto XVI le ha poi fatte a riguardo del “potere delle ideologie terroristiche”, promosse in nome di Dio e che devono essere “smascherate” quanto prima. “E' apparentemente in nome di Dio che si compie questa violenza, ma non si tratta di Dio, si tratta invece di false divinità che devono essere smascherate che non hanno nulla a che vedere con Dio”. - Poi c'è “la droga, questo potere che come una bestia vorace mette le mani sulla terra e la distrugge”. - Infine “le forme di vita propagandate oggi dall'opinione pubblica, per le quali valori come il matrimonio non conta più niente, la castità non è più una virtù e così di seguito”. Il Papa ha quindi tracciato un parallelo tra i primi tempi del cristianesimo, quando”il sangue dei martiri” ha “depotenziato le false divinità a partire da quella dell'imperatore” e il mondo di oggi. Anche oggi “siamo in una lotta contro questo falsi dei che distruggono il mondo” e tutte le false divinità “devono cadere”, deve realizzarsi ciò che annuncia Paolo nella lettera agli Efesini: “le dominazioni cadono e diventano sudditi dell'unico Signore, Gesù Cristo”. (cf. Pierangelo Sequeri, “Dal relativismo al benessere narciso – Per non piegarci all’impero e alla vana chiacchera”, in ‘Avvenire’ del 12 ottobre 2010) Il relativismo (e il razionalismo) come semplificazione-banalizzazione della fede cristiana Perché ci troviamo in questa situazione? Dove starebbe la questione di fondo secondo Benedetto XVI? Da un punto di vista propriamente filosofico culturale la radice di queste insidie starebbe in quel tema che da diversi anni il Papa denuncia con forza e con competenza teologica per certi aspetti insuperabile. La radice di questi mali, in modo particolare per l’Occidente che è stato cristiano, starebbe propriamente nel relativismo e in una esasperazione del razionalismo. Per Benedetto XVI razionalismo e relativismo sono “risposte inadeguate alla giusta domanda dell’uomo di usare a pieno della propria ragione come elemento distintivo e costitutivo della propria identità”. - Il razionalismo sarebbe “in realtà distante dal soddisfare gli autentici bisogni dell’uomo e quindi, in definitiva, non vivibile” e avrebbe in particolare trasformato in “una dea” la ragione, poichè “non tenne conto dei limiti umani e pretese di elevare la sola ragione a misura di tutte le cose”. - Il relativismo invece “mortifica la ragione, perché di fatto arriva ad affermare che l’essere umano non può conoscere nulla con certezza al di là del campo scientifico positivo”. Mentre per un verso il razionalismo di stampo illuministico e idealistico, divinizzando la ragione umana si sarebbe contrapposta al valore e al significato razionale della fede cristiana; per un altro il relativismo del secolo scorso, decretando il dissolvimento della ragione e di ogni forma di razionalità compiuta, insinuerebbe la fine ogni pretesa di rapportarsi alla verità, di raggiungere o di lasciarsi raggiungere da una verità possibile.
3. La fede cristiana come risposta all’inquietudine del cuore. Ma appunto: noi crediamo in Dio. In quale Dio Crediamo? Diciamo di credere, di fare riferimento a dio, al Dio dei cristiani. Al dio di Gesù Cristo. Vorrei Riferirmi ancora ad un intervento molto interessante di Benedetto XVI, nel quale il papa ha voluo dare una spiegazione molto ampia del Credo, trovandosi a Regensbrug, in Germania, davanti a 350 mila persone, nel settembre del 2008. Benedetto XVI affermava:
“Noi crediamo in Dio. Questa è la nostra decisione di fondo. Ma è possibile ancora oggi? In fin dei conti, resta l'alternativa: che cosa esiste all'origine? La Ragione creatrice, lo Spirito che opera tutto e suscita lo sviluppo, o l'Irrazionalità che, priva di ogni ragione, stranamente produce un cosmo ordinato in modo matematico e anche l'uomo, la sua ragione. Questa, però, sarebbe allora soltanto un risultato casuale dell'evoluzione e quindi, in fondo, anche una cosa irragionevole. Noi cristiani invece diciamo: "Credo in Dio Padre, Creatore del cielo e della terra" – credo nello Spirito Creatore. Noi crediamo che all'origine c'è il Verbo eterno, la Ragione e non l'Irrazionalità. Con questa fede non abbiamo bisogno di nasconderci, non dobbiamo temere di trovarci con essa in un vicolo cieco. Siamo lieti di poter conoscere Dio! E cerchiamo di dimostrare anche agli altri la ragionevolezza della fede, come san Pietro ci esorta a fare nella sua Prima Lettera (cfr 3,15)! Un Messaggio lanciato ai giovani Il Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), che avrà luogo a Madrid dal 16 al 21 agosto 2011, datato 6 agosto 2010 ma reso pubblico il 3 settembre 2010, prende posto fra i testi più belli di Benedetto XVI. Autore di due encicliche sulla carità e sulla speranza, il Papa tratta qui in modo approfondito della fede, che presenta ai giovani anche attraverso alcuni spunti autobiografici, e delle difficoltà che oggi la ostacolano. a) Il cuore inquieto dei giovani Nei giovani di tutte le generazioni c’è un’inquietudine che porta a porsi le domande serie sul significato della vita e del mondo. «È parte dell’essere giovani desiderare qualcosa di più della quotidianità regolare di un impiego sicuro e sentire l’anelito per ciò che è realmente grande». «Ricordando la mia giovinezza so che stabilità e sicurezza non sono le questioni che occupano di più la mente dei giovani». Certo, il Papa è stato giovane in un momento storico particolare: «Durante la dittatura nazionalsocialista e nella guerra noi siamo stati, per così dire, “rinchiusi” dal potere dominante. Quindi, volevamo uscire all’aperto per entrare nell’ampiezza delle possibilità dell’essere uomo. Ma credo che, in un certo senso, questo impulso di andare oltre all’abituale ci sia in ogni generazione». «Si tratta solo di un sogno vuoto che svanisce quando si diventa adulti? No, l’uomo è veramente creato per ciò che è grande, per l’infinito. Qualsiasi altra cosa è insufficiente. Sant’Agostino [354-430] aveva ragione: il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te. Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”». Solo il provincialismo di qualche giornale italiano poteva vedere in questa profonda analisi dell’inquietudine giovanile un intervento del Papa in polemiche italiane a proposito del «posto fisso» e del precariato, forse scambiando sant’Agostino per un sindacalista. Tornando a cose più serie, il Papa sottolinea come alla radice di questo desiderio presente nel cuore dei giovani c’è Dio. «Il desiderio della vita più grande è un segno del fatto che ci ha creati Lui, che portiamo la sua “impronta”». Questa osservazione è già un giudizio sul mondo contemporaneo. «Allora comprendiamo che è un controsenso pretendere di eliminare Dio per far vivere l’uomo! Dio è la sorgente della vita; eliminarlo equivale a separarsi da questa fonte e, inevitabilmente, privarsi della pienezza e della gioia: “la creatura, infatti, senza il Creatore svanisce” (Con. Ecum. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 36). La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda». Ma l’eclissi di Dio genera insicurezza e smarrimento, dal momento che la domanda che Dio ha deposto nel cuore dei giovani rimane senza risposta. Oggi «molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento». b) La vera risposta: la fede La sola risposta adeguata all’inquietudine che è nel cuore dei giovani viene dalla fede. Per spiegare esattamente di che si tratta Benedetto XVI propone un’esegesi di un brano della Lettera ai Colossesi di san Paolo, dove l’Apostolo invita i cristiani di Colossi – una città della Frigia, nell’attuale Turchia – a rimanere «radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» (Col 2, 7). Il Papa osserva che «nel testo originale i tre termini, dal punto di vista grammaticale, sono dei passivi». E questo dato non ha solo a che fare con la grammatica: «significa che è Cristo stesso che prende l’iniziativa di radicare, fondare e rendere saldi i credenti». San Paolo, dunque, usa tre immagini: «radicato” evoca l’albero e le radici che lo alimentano; “fondato” si riferisce alla costruzione di una casa; “saldo” rimanda alla crescita della forza fisica o morale». Tutte e tre le immagini hanno una tradizione che viene dall’Antico Testamento, ma nel testo di san Paolo acquistano un preciso riferimento alla figura di Gesù Cristo. Un albero «senza radici sarebbe trascinato via dal vento, e morirebbe». Perfino nel mondo di oggi dominato dal relativismo tutti i giovani fanno esperienza delle radici: «i genitori, la famiglia e la cultura del nostro Paese, che sono una componente molto importante della nostra identità». Ma «la Bibbia ne svela un’altra. Il profeta Geremia scrive: “Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti” (Ger 17, 7-8). Stendere le radici, per il profeta, significa riporre la propria fiducia in Dio». Con l’Incarnazione questo rapporto di fiducia con Dio è diventato un rapporto personale con Gesù Cristo: «quando entriamo in rapporto personale con Lui, Cristo ci rivela la nostra identità». «C’è un momento, da giovani, in cui ognuno di noi si domanda: che senso ha la mia vita, quale scopo, quale direzione dovrei darle?». Benedetto XVI ricorda qui la storia non semplice della sua vocazione, quando il cammino verso il sacerdozio fu interrotto dalla guerra: «In qualche modo ho avuto ben presto la consapevolezza che il Signore mi voleva sacerdote. Ma poi, dopo la Guerra, quando in seminario e all’università ero in cammino verso questa meta, ho dovuto riconquistare questa certezza». Al di là del caso particolare del Pontefice, ogni vocazione implica sofferenza perché consiste nel far prevalere quella che è compresa come volontà del Signore sui propri desideri, anche legittimi: «Non conta la realizzazione dei miei propri desideri, ma la Sua volontà». Ma la scoperta di Gesù Cristo come propria radice ultima conferisce pure una grande forza. Venendo alla seconda immagine di san Paolo, le fondamenta, «come le radici dell’albero lo tengono saldamente piantato nel terreno, così le fondamenta danno alla casa una stabilità duratura. Mediante la fede, noi siamo fondati in Cristo (cfr Col 2, 7), come una casa è costruita sulle fondamenta». Quest’immagine della fondazione sulla fede come su una roccia si ritrova nell’Antico Testamento a proposito di Abramo. La roccia e le fondamenta evocano però qualche cosa che la casa non si dà da sé, che in un certo senso va oltre la casa, la precede e la trascende. Nelle fondamenta, nel terreno c’è tutta una storia, una tradizione che precede la decisione di costruire quella specifica casa. Così la fede non è mai un’esperienza puramente individuale ma si radica in una tradizione e in una storia. «Vi vengono presentate continuamente proposte più facili, ma voi stessi vi accorgete che si rivelano ingannevoli, non vi danno serenità e gioia. […] Non credete a coloro che vi dicono che non avete bisogno degli altri per costruire la vostra vita! Appoggiatevi, invece, alla fede dei vostri cari, alla fede della Chiesa, e ringraziate il Signore di averla ricevuta e di averla fatta vostra!». La terza espressione che san Paolo usa nella Lettera ai Colossesi invita a rimanere «saldi nella fede». Vi è qui, spiega il Papa, un riferimento storico preciso ai problemi dei primi cristiani nella città di Colossi. In questa comunità erano presenti residui di pratiche pagane e anche una forma di eresia che annunciava lo gnosticismo, frutti entrambi di quelle che Benedetto XVI chiama «certe tendenze culturali dell’epoca, che distoglievano i fedeli dal Vangelo». «Il nostro contesto culturale, cari giovani, ha numerose analogie con quello dei Colossesi di allora. Infatti, c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore». Purtroppo, come i Colossesi, anche i giovani oggi rischiano di essere indotti in confusione. Quando pure i giovani si avvicinano alla Chiesa, lì possono purtroppo trovare come a Colossi «fratelli contagiati da idee estranee al Vangelo». Vi sono infatti oggi «cristiani che si lasciano sedurre dal modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano dalla fede in Gesù Cristo. Altri, senza aderire a questi richiami, hanno semplicemente lasciato raffreddare la loro fede, con inevitabili conseguenze negative sul piano morale». Come san Paolo ai Colossesi, il Papa raccomanda allora ai giovani di rimanere saldi nella fede della Chiesa, al cui cuore c’è la ferma convinzione che Cristo è morto e risorto per liberarci da «ciò che più intralcia la nostra vita: la schiavitù del peccato». Non c’è cristianesimo senza Croce, cioè senza senso del peccato e consapevolezza del mistero della Redenzione. c) La fede è della Chiesa Nell’ultima parte della lettera Benedetto XVI commenta con i giovani un altro brano della Scrittura, il noto episodio relativo all’apostolo san Tommaso, assente quando la sera di Pasqua il Signore risorto appare ai discepoli. Quando gli riferiscono dell’apparizione, Tommaso dubita: «quando gli viene riferito che Gesù è vivo e si è mostrato, dichiara: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo” (Gv 20, 25)». Questa esperienza è comprensibile: tutti «vorremmo poter vedere Gesù». E oggi da un certo punto di vista gli ostacoli sono più gravi che al tempo dell’apostolo san Tommaso: «oggi per molti, l’accesso a Gesù si è fatto difficile. Circolano così tante immagini di Gesù che si spacciano per scientifiche e Gli tolgono la sua grandezza, la singolarità della Sua persona». Il Papa confida che questa situazione lo ha indotto a sottrarre tempo ai doveri del suo ufficio per completare la sua opera Gesù di Nazareth: «durante lunghi anni di studio e meditazione, maturò in me il pensiero di trasmettere un po’ del mio personale incontro con Gesù in un libro: quasi per aiutare a vedere, udire, toccare il Signore, nel quale Dio ci è venuto incontro per farsi conoscere». Ma da un altro punto di vista, nonostante le falsificazioni spacciate per scientifiche, oggi per noi vedere Gesù è più facile che per san Tommaso in quella sera di Pasqua. Possiamo infatti realmente «vederlo» nei sacramenti dell’Eucarestia e della Penitenza, così come – secondo la parola stessa del Signore – «nei poveri e nei malati». «Cari giovani, imparate a “vedere”, a “incontrare” Gesù nell’Eucaristia, dove è presente e vicino fino a farsi cibo per il nostro cammino; nel Sacramento della Penitenza, in cui il Signore manifesta la sua misericordia nell’offrirci sempre il suo perdono». È evidente, però, che per essere capaci di «vedere» in questo modo occorre la fede. E che la fede, per non inaridirsi immediatamente, dev’essere «coltivata». Per «acquisire una fede matura, solida, che non sarà fondata unicamente su un sentimento religioso o su un vago ricordo del catechismo della vostra infanzia» il Papa raccomanda ai giovani: «Aprite e coltivate un dialogo personale con Gesù Cristo, nella fede. Conoscetelo mediante la lettura dei Vangeli e del Catechismo della Chiesa Cattolica; entrate in colloquio con Lui nella preghiera, dategli la vostra fiducia: non la tradirà mai!». Di grande rilievo appare qui il riferimento, accanto ai Vangeli, al Catechismo della Chiesa Cattolica del 1992. In quasi tutti i suoi interventi più solenni Benedetto XVI reitera l’invito a servirsi di questo strumento tanto fondamentale quanto trascurato. Non si tratta solo di un libro, ma di una questione decisiva che attiene all’essenza stessa del cristianesimo. La fede si «coltiva» solo nella Chiesa e ha bisogno della Chiesa. Se ci mettiamo a leggere i Vangeli al di fuori della Chiesa finiamo per costruirci un Dio contraffatto e fasullo, modellato a immagine dei nostri desideri. Quando finalmente incontra san Tommaso dopo la Resurrezione, «Gesù esclama: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29)». In quel momento il Signore non si rivolge solo a san Tommaso. In realtà «egli pensa al cammino della Chiesa, fondata sulla fede dei testimoni oculari: gli Apostoli. Comprendiamo allora che la nostra fede personale in Cristo, nata dal dialogo con Lui, è legata alla fede della Chiesa: non siamo credenti isolati, ma, mediante il Battesimo, siamo membri di questa grande famiglia, ed è la fede professata dalla Chiesa che dona sicurezza alla nostra fede personale. Il Credo che proclamiamo nella Messa domenicale ci protegge proprio dal pericolo di credere in un Dio che non è quello che Gesù ci ha rivelato: “Ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 166). Ringraziamo sempre il Signore per il dono della Chiesa; essa ci fa progredire con sicurezza nella fede, che ci dà la vera vita». «La scelta di credere in Cristo e di seguirlo non è facile; è ostacolata dalle nostre infedeltà personali e da tante voci che indicano vie più facili». Da soli, rischieremmo di lasciarci scoraggiare. Nella Chiesa e con la Chiesa possiamo scegliere di credere e rimanere fedeli a questa scelta. È quanto il Papa convoca i giovani a riscoprire nella GMG di Madrid del 2011.
d) Il segno della croce: la verità e l’attualità di un segno C’è un segno al quale i genitori cristiani, nella misura in cui credono non solo a parole, ma danno valore alle azioni e ai segni, non possono non tenere presente, nella corresponsabilità circa l’educazione cristiana dei loro figli e nel verificare la propria condizione di fede, di credenti: il segno della Croce. Si tratta in questo senso di recuperare la verità e l’attualità di un segno. Oltre le polemiche inerenti la questione del crocifisso nelle aule scolastiche o dei tribunali civili.
“Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen” La pratica di farsi il segno della croce è quanto mai importante per i cristiani. La storia del segno della croce risale almeno a Tertulliano, il padre della Chiesa antica che visse fra il 160 e il 220 d.C. scrisse: "Se ci mettiamo in cammino, se usciamo od entriamo, se ci vestiamo, se ci laviamo o andiamo a mensa, a letto, se ci poniamo a sedere, in queste e in tutte le nostre azioni ci segniamo la fronte col segno di croce". In origine, ci si tracciava sulla fronte una piccola croce con il pollice o con un altro dito. Sebbene sia difficile indicare esattamente quando si passò dal tracciarsi una piccola croce sulla fronte alla pratica moderna di tracciarsi una grossa croce dalla fronte al petto e da spalla a spalla, sappiamo per certo che il cambiamento era già avvenuto entro l’XI sec. d.C., quando il Libro delle Preghiere di re Enrico fornisce l’istruzione di "segnare con la santa croce i quattro lati del corpo". Nel XVI sec., uno dei princìpi centrali della Riforma protestante fu il sola Scriptura, secondo cui ci si doveva disfare di qualunque pratica che non si allineasse con la Scrittura,mentre i Riformatori inglesi credevano che l’usanza del segno della croce dovesse essere lasciata alla libertà di coscienza dell’individuo, com’era stato scritto nel Libro delle Preghiere di re Eduardo VI: "...inginocchiarsi, farsi il segno della croce, alzare le mani, battersi il petto e altri gesti possono essere usati o abbandonati nella misura in cui giovano alla devozione di ciascuno, senza biasimo". Significato introduttivo e conclusivo nella liturgia della Chiesa Di fatto tutte le celebrazioni liturgiche fanno riferimento all’evento della Pasqua di Cristo, al fatto che Gesù di Nazaret è morto in croce ed è risuscitato. Ma le celebrazioni liturgiche non sono solo memoria dell’evento: sono espressione e manifestazione del nostro personale coinvolgimento. Il loro significato riguarda l’umanità intera, tutti e ciascuno. Per questo, anche se non tutte le celebrazioni iniziano in modo esplicito col segno della croce, tutte avvengono «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Il senso dell’evento morte-e-risurrezione di Gesù non si può comprendere se non prendendo coscienza del rapporto essenziale che lega la persona e la vicenda di Gesù stesso con «il Padre» e con «lo Spirito Santo». Padre: è il nome con cui Gesù si rivolgeva a Dio. Diceva di lui: «il Padre mio», come noi parliamo di nostro padre. E ha invitato anche i suoi discepoli a rivolgersi a Dio chiamandolo con questo nome: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome...» (Lc 11,2); Spirito Santo: è la promessa e il dono di Gesù risorto. Dopo essere stato crocifisso e sepolto, Gesù di nuovo «si mostrò vivo» ai discepoli e disse: «Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni... fino agli estremi confini della terra» (cf At 1,3-8). Se Gesù è risorto da morte, è perché «Dio lo ha risuscitato» (At 2,24): nessun altro può vantare potere sulla morte. Ma se Gesù è morto in croce, è ancora perché «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16). La morte di Gesù in croce è il segno estremo del fatto che davvero «Dio è per noi», e «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,31-32): «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Ogni celebrazione liturgica si compie nel nome del Padre che «ha dato origine all’universo per effondere il suo amore su tutte le creature»; nel nome del Figlio che si consegnò volontariamente alla morte per noi e con la sua risurrezione distrusse in radice il potere della morte; nel nome dello Spirito Santo, mandato da Cristo risorto «a perfezionare la sua opera nel mondo e compiere ogni santificazione» (cfr. Preghiera eucaristica IV). «Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Queste parole dovrebbero essere sempre pronunciate con molto rispetto, con senso di responsabilità. Sono state pronunciate su di noi al momento del nostro Battesimo, e ci hanno segnati per sempre. Con il Battesimo la nostra vita è stata posta sotto il segno della croce di Cristo. Senza offesa per nessuno: questo segno è molto più importante e decisivo, per la nostra esistenza e il nostro destino, che quelli dell’Ariete, della Bilancia, dello Scorpione, con le relative stupidaggini di oroscopi generali e personalizzati. • Il segno della croce è il «distintivo» dei cristiani: è come la sintesi concentrata di tutta la fede. Fare il segno della croce significa situare e interpretare consapevolmente se stessi, la propria attività, il momento concreto che si sta vivendo, in rapporto alla fede. Il segno della croce non bisognerebbe mai maltrattarlo. «Quando fai il segno della croce, fallo bene. Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all’altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l’animo tuo... Perché è il segno della totalità, ed è il segno della redenzione... é il segno più santo che ci sia» (Romano Guardini, I santi segni) (Tratto da: DOMENICO MOSSO, La domenica sia il giorno del Signore, ElleDiCi Per concludere CONDUCIMI Conducimi, dolce luce, tra il buio che mi circonda, sii tu a condurmi! Non sono stato sempre così, Così a lungo la tua potenza mi ha benedetto,
SCHEDA 1 In quale Dio crediamo? La ragionevolezza della fede Credo in Dio, Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra. E in Gesù Cristo, Suo Figlio unigenito, Signore nostro; il quale fu concepito di Spirito Santo, nato dalla vergine Maria; soffrì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò dai morti; ascese al cielo; siede alla destra di Dio Padre onnipotente; da dove verrà per giudicare i vivi ed i morti. Io credo nello Spirito Santo; la santa Chiesa cattolica; la comunione dei santi; la remissione dei peccati; la risurrezione della carne; la vita eterna. Amen (Credo Apostolico)
“Ora, però, emerge la domanda: Ma che cosa crediamo in realtà? Che cosa significa: credere? Può una tale cosa di fatto ancora esistere nel mondo moderno? Vedendo le grandi "Somme" di teologia redatte nel Medioevo o pensando alla quantità di libri scritti ogni giorno in favore o contro la fede, si è tentati di scoraggiarsi e di pensare che questo è tutto troppo complicato. Alla fine, vedendo i singoli alberi, non si vede più il bosco. È vero: la visione della fede comprende cielo e terra; il passato, il presente, il futuro, l'eternità – e perciò non è mai esauribile. E tuttavia, nel suo nucleo è molto semplice. Il Signore, infatti, ne parla col Padre dicendo: "Hai voluto rivelarlo ai semplici – a coloro che sono capaci di vedere col cuore" (cfr Mt 11,25).La Chiesa, da parte sua, ci offre una piccola "Somma", nella quale tutto l'essenziale è espresso: è il cosiddetto "Credo degli Apostoli". Esso viene di solito suddiviso in dodici articoli – secondo il numero degli Apostoli – e parla di Dio, Creatore e Principio di tutte le cose, di Cristo e dell'opera della salvezza, fino alla risurrezione dei morti e alla vita eterna. Ma nella sua concezione di fondo, il Credo è composto solo di tre parti principali, e secondo la sua storia non è nient'altro che un'amplificazione della formula battesimale, che il Signore risorto consegnò ai discepoli per tutti i tempi quando disse loro: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). In questa visione si dimostrano due cose: la fede è semplice. Crediamo in Dio – in Dio, principio e fine della vita umana. In quel Dio che entra in relazione con noi esseri umani, che è per noi origine e futuro. Così la fede, contemporaneamente, è sempre anche speranza, la certezza che noi abbiamo un futuro e non cadremo nel vuoto. E la fede è amore, perché l'amore di Dio vuole "contagiarci". Noi crediamo in Dio. Questa è la nostra decisione di fondo. Ma è possibile ancora oggi? Noi crediamo in Dio. Lo affermano le parti principali del Credo e lo sottolinea la sua prima parte. Ma ora segue subito la seconda domanda: in quale Dio? Ebbene, crediamo appunto in quel Dio che è Spirito Creatore, Ragione creativa, da cui proviene tutto e da cui proveniamo anche noi. La seconda parte del Credo si conclude con la prospettiva del Giudizio finale e la terza con quella della risurrezione dei morti. Giudizio – non è che con ciò ci viene inculcata nuovamente la paura? Non desideriamo forse tutti che un giorno sia fatta giustizia per tutti i condannati ingiustamente, per quanti hanno sofferto lungo la vita e poi da una vita piena di dolore sono stati inghiottiti nella morte? Non vogliamo forse che l’eccesso di ingiustizia e di sofferenza, che vediamo nella storia, alla fine si dissolva; che tutti in definitiva possano diventare lieti, che tutto ottenga un senso? ( Benedetto XVI, Omelia a Regensburg, durante la sua visita in Germania 12 settembre 2006)
Scheda 2
IL SEGNO DELLA CROCE, PENSANDO AI NOSTRI FIGLI Il suo significato e il suo valore pedagogico
Un segno da insegnare e da spiegare Il segno di croce è la più bella e ripetuta espressione sintetica della nostra fede. Eppure, oggi, non pochi ragazzi vengono a catechismo e non sanno ancora farlo. Il gesto esteriore • Sembra che, nei primi secoli, il segno della croce si facesse solo sulla fronte; poi a poco a poco si giunse alla forma che usiamo oggi. • Il gesto della mano destra, muovendosi verticalmente, prima va a toccare la fronte (mente), mentre la bocca dice «Nel nome del Padre », per scendere dopo fino al petto (cuore), mentre si pronuncia «e del Figlio». Segue poi il gesto orizzontale che va dalla spalla sinistra alla destra mentre si dice «e dello Spirito Santo». Le due mani si congiungono per dire «Amen». Il modo di compierlo • Il catechista insisterà sulle caratteristiche del segno di croce fatto bene: lento (non affrettato), ampio (non rattrappito), consapevole (non meccanico), in modo tale che abbracci e avvolga tutto il nostro essere, corpo e anima, mente e cuore. E perché sia consapevole è necessario raccogliersi prima di compierlo. Il suo significato: professione di fede Il segno di croce è un gesto semplice, ma pieno di significato, che coinvolge tutta la persona, il corpo (gesto del braccio e della mano) la mente e il cuore (il pensiero e il sentimento). Ci ricorda il Battesimo, poiché siamo stati battezzati «nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Una vera professione nei due misteri principali della nostra fede: unità e trinità di Dio (richiamate dalle parole) e incarnazione passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo (richiamate dal gesto). Quando diciamo le parole professiamo che Dio è una comunione di amore, che è lui la nostra origine, il nostro creatore e Padre. Quando tracciamo su di noi il segno della croce, con il gesto diciamo di voler identificarci con Gesù, di voler appartenere a lui che sulla croce ha dato la vita per noi. Il mattino e la sera Il catechista suggerirà ai suoi ragazzi di prendere l’abitudine di iniziare e chiudere la giornata con il segno della croce. Ne mostrerà la bellezza con queste parole o altre simili. Quando tracciamo su di noi il segno della croce in certo modo ci copriamo con l’amore di Gesù. Perciò quando al mattino apriamo gli occhi e alla sera li chiudiamo il primo gesto e l’ultimo sia il segno della croce. Mentre lo facciamo, nel nostro cuore diciamo: «Gesù, metto il mio corpo, la mia giornata, il mia vita sotto la protezione del tuo amore. Il tuo amore mi accompagni per tutto il giorno (o vegli su di me tutta la notte)». Poi recitiamo il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria al Padre e l’Eterno riposo. Per l’educazione religiosa dei bambini, è un gesto che si può mettere in pratica fin dai primi giorni è proprio questo. Il segno più familiare della vita cristiana, una sintesi del mistero di salvezza e della manifestazione di amore di Dio per noi. Nelle parole che lo accompagnano troviamo la figura del Padre, quella del Figlio e quella dello Spirito Santo che ci avvolgono con il loro amore (come emerge dal movimento che compiono le nostre mani). Il Segno della Croce ha anche un significato cosmico, in quanto la croce indica i quattro punti cardinali, cioè l’intera realtà, nei quali si diffondono la salvezza e l’amore di Dio attraverso Gesù. Si tratta infine dello stesso segno - il primo - con il quale il bambino viene accolto nella Chiesa il giorno del suo Battesimo: il sacerdote, il papà, la mamma e i padrini tracciano una piccola croce, con il pollice, sulla fronte del bambino. Vi suggeriamo di prendere l’abitudine di tracciare ogni giorno (se possibile entrambi i genitori) il Segno della Croce sulla fronte di vostro figlio (lo si fa con il pollice). L’ora più adatta è la sera, prima che si addormenti. Ma anche il mattino può essere un momento buono. (Converrà poi seguire con continuità l’una o l’altra scelta). Sarà avvertito dal bambino come una carezza particolare, accompagnata da una breve invocazione, da una benedizione. La formula da usare potrebbe essere sempre la stessa, o variare, così come vi suggerisce il cuore, il periodo dell’anno, la giornata trascorsa, il momento attraversato. Ecco alcuni possibili esempi, inserendo il nome del bambino, utili per orientarvi: “Gesù ti sia sempre accanto, bambino mio”; “Il Signore ti benedica e ti protegga sempre”; “Dormi tranquillo, piccolo, il Signore ti ama ed è sempre con te”; “Piccolo, dormi sereno: l’amore di Gesù è con te anche nel sonno”. Ripetuto quotidianamente, il gesto diverrà familiare al bambino: lo aspetterà come un segno d’amore, lo sentirà come una comunicazione d’affetto diversa dalle altre per la particolarità del gesto, per il tono sommesso, ma intenso della voce, perché contenente un di più che pian piano imparerà a scoprire. Crescendo ne acquisterà consapevolezza, finché, dopo i due anni, diverrà capace di farlo da solo (nella versione tradizionale) con la guida dei genitori. Allora per qualche tempo genitori e bambino faranno insieme il Segno della Croce (unendoci magari una preghiera spontanea quando il piccolo avrà appreso a parlare), fino a che sarà divenuta una sua abitudine personale. E’ bene che anche successivamente i genitori continuino a tracciare sulla fronte il loro segno, per sottolineare che il flusso d’amore nei suoi confronti non viene meno (talvolta sono gli stessi bambini a volerlo). Con la crescita del bambino, saranno i genitori a valutare se e quando sarà il caso di interrompere questa consuetudine familiare. Essa però non deve essere abbandonata, ma riservata almeno a certe occasioni: il compleanno, alcune feste importanti come Natale e Pasqua, altre circostanze della vita. Assumerà il significato di una benedizione particolare dei genitori che continuano ad assicurare il loro amore ai figli anche quando crescono. Se poi dovessero nascere dei fratellini, sarebbe bello che anche il figlio più grande partecipi a questo semplice, ma significativo rito familiare. Talvolta, a partire dai tre anni, il Segno della Croce viene scambiato: dopo averlo ricevuto, i bambini chiedono di poterlo a loro volta tracciare sulla fronte dei genitori. Nasce così un felice circuito di affetti nel nome del Signore. Perche nel segno della croce la sequenza di certi gesti? L'ordine è: su, giù, sinistra e destra per i cattolici. Per i nostri fratelli ortodossi invece è: su, giù, destra e sinistra. La mia interpretazione è: Dio Padre nella mia mente, perché possa capire la Tua volontà, Dio Figlio nel mio cuore, perché cresca sempre di più il mio amore per Te, Dio Spirito Santo sulle mie spalle, perche possa sopportare con fede i fardelli della vita e, indirettamente, sulle braccia perché siano portatrici d'amore e di pace. Non è tanto importante se lo fai prima a sinistra e poi a destra o viceversa, è importante il significato che ha. E' la nostra carta d'identità di cristiani. Quando alcune stupide persone parlano degli oroscopi e mi chiedono di che segno sono, io rispondo: "sono del segno della croce". Non c'è superstizione o oroscopo che conti di più nel definirmi di quanto conta il mio essere cristiana e appartenere a Gesù. (domanda e risposta trovata cliccando in internet: http://it.answers.yahoo.com/question/index?qid=20071018002606AAAMtTF)
|
| Ultimo aggiornamento Sabato 05 Febbraio 2011 17:39 |



