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| Introduzione al Natale - note sul sacramento della riconciliazione |
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| Sabato 17 Dicembre 2011 22:44 |
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Introduzione al Natale - note sul sacramento della riconciliazione Incontro in Parrocchia di sabato 17 dicembre 2011, dalle 9.00 alle 12.00 – Parrocchia Dio Padre – Milano due “Il volto dell’Atteso è la misericordia. Ogni uomo lo intuisce, a partire dalle relazioni costitutive che si vivono in famiglia, tra gli sposi e con i figli: si conosce veramente l’amore solo quando si viene perdonati. Il perdono donato a chi non lo meriterebbe è l’espressione suprema della gratuità dell’amore. I cristiani ne fanno esperienza ogni volta che si accostano al sacramento della Riconciliazione. Infatti l’uomo che smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che «ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri» (n. 1489). Domando, per questo, ai sacerdoti secolari e religiosi di rinnovare la loro disponibilità per il ministero della confessione. In ogni parrocchia, in ogni decanato, i fedeli debbono poter trovare in chiesa, almeno in certi orari ben definiti, sacerdoti in attesa dei penitenti. E presso i santuari e le chiese maggiori la presenza del confessore deve essere continua. Infatti «la confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa» (n. 1497)” (Dall’Omelia del card. Scola (Duomo, IV domenica di Avvento, 4 dicembre 2011 L’Ingresso del Messia)
IL VOLTO DELL’ATTESO E’ LA MISERICORDIA Recuperare un Sacramento caduto un po’ in disuso
La prassi celebrativa del sacramento della penitenza immediatamente precedente il Concilio Vaticani II e quella successiva al concilio si può osservare nelle parrocchie l’emergere graduale di un elemento di novità. Al clima severo, moralista individuale e catartico (confessione auricolare) è subentrato o meglio, sta subentrando un clima gioioso, vitale fraterno e progettuale (si veda ad esempio la festa della prima confessione dei bambini). La chiesa e in particolare la parrocchia ha tentato e sta tentando un vero e proprio rinnovamento di questo sacramento, al punto che la celebrazione diviene una performance di autentica evangelizzazione, come vero e proprio momento di eu-angelion (Lc 4,16-30), cioè di annuncio della buona notizia di Gesù, morto e risorto. Intanto se parliamo di questo sacramento, vengono alla mente varie espressioni con cui è definito:chi lo chiama sacramento della penitenza; o sacramento della riconciliazione, chi lo chiama sacramento del perdono e della festa, chi lo chiama sacramento della confessione, ecc. ecc. Anche il linguaggio, con la sua varietà, se da una parte rivela una certa ricchezza, dall’altra fa capire quanto l’argomento sia articolato e complesso. Ci sono poi alcune domande che finiscono per toccare il fronte più soggettivo del sacramento e che adesso consideriamo insieme. Come lo riaggancio? Come comincio? Cosa vuol dire fare l’esame di coscienza? Proviamo a fare un po’ di ordine e procediamo ad esempio in questo modo. Mi metto pertanto in questa prospettiva, nella linea di queste domande: - di distinguere tra esame di coscienza e momento sacramentale (Parola di Dio); - e inoltre distinguere tra la condizione di strutturale debolezza dell’uomo o disponibilità al peccato e decisione deliberata di peccare, cioè di aderire al male, di scegliere il male. Qui si incentra la distinzione tra peccato lieve o veniale e peccato grave o mortale, come si diceva un tempo), di aderire al male. - come anche nella esigenza di collocare il significato di questo gesto di presa di coscienza del mio peccato, di essere cioè un peccatore, all’interno della comunità dei credenti, cioè della Chiesa
1. Distinguere tra esame di coscienza e confessione dei peccati
L’esame di coscienza L’esame di coscienza è l’azione con la quale la tradizione cristiana ci ha introdotti a fare una buona confessione, inducendoci a ritenere – semplificando – che analizzando, scandagliando la nostra coscienza, prima di recarci al confessionale, possiamo individuare tutta una serie di peccati da elencare durante la confessione. Cosa dire? Oggi la situazione non è più così scontata. La gente si reca al confessionale (sempre meno, per la verità) e non sa cosa dire. È come se non sapesse più dire i propri peccati per numerose ragioni, anche di natura psicologico-relazionale. Sinteticamente si potrebbe dire che i credenti in genere hanno come perso il senso del peccato. E pertanto non lo sanno più individuare e di conseguenza non lo sanno neppure esprimere a parole. Paradossalmente ci si sente peccatori, senza saper dire in che senso, perché, come, dove, quando. Hanno spesso un forte senso di colpa, avendo però smarrito il senso del peccato. Dunque: come tornare allora a ridire il peccato in occasione di una confessione sacramentale? Come si fa da credenti un serio esame di coscienza? Prendiamo inoltre atto anche di un altro dato: oggi viviamo in una fase della cultura (post-moderna) nella quale la dimensione della coscienza personale (e anche collettiva) è molto debole. La gente fatica ad avere coscienza, a “prendere coscienza” seriamente di qualcosa, delle situazioni nelle quali ci si trova a vivere. Anche da un punto di vista culturale dunque non è semplice esaminare la propria coscienza. È come se avessimo bisogno di una sorta di “principio esterno” alla nostra coscienza che ci aiuti a ricominciare da capo, a riformulare il processo stesso attraverso il quale diciamo di “prendere coscienza”, di “avere coscienza”.
Ricominciare dalla Parola di Dio Per un cristiano riferirsi ad un principio o a dei principi che non coincidano con il proprio modo di sentire, con la propria soggettività o addirittura individualità, significa imparare a ripartire da quel principio “esterno”, da quella realtà singolare che è la “Parola di Dio”. Tornare a riferirsi alla Parola di Dio è oggi, di fatto (ma questa è anche l’intenzione stessa della Chiesa a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II - cfr. la Dei Verbum), il punto serio che potrebbe permettere alla nostra coscienza di ritrovare le parole giuste per riesaminarsi, comprendendo la nostra condizione di vita, in relazione a Dio, agli altri e anche in relazione a noi stessi. In questa prospettiva, la possibilità di peccato, la condizione di peccatore che la coscienza potrebbe rilevare attraverso un serio esame di coscienza, verrebbe messa in luce non dall’abitudine a ridire in confessione certi peccati, o da una serie di norme o direttive che sono state date alla mia coscienza negli anni della mia formazione alla vita sacramentale (iniziazione cristiana). Neppure la condizione di peccatore può derivare dalla coscienza sacrale e culturale che, variando nelle epoche e secondo le circostanze, metterebbe in evidenza certi aspetti della vita come peccaminosi al punto che, categorie di riferimento per la coscienza diventino il codice civile o penale, la tradizione della mia famiglia, una trasmissione televisiva di intrattenimento, il giornale di riferimento o la cerchia degli amici ecc. Il credente oggi è stimolato seriamente dalla comunità cristiana, dalla Chiesa, a rapportare la propria coscienza – e quindi anche la propria coscienza di peccato – riferendosi anzitutto alla Parola di Dio.
Come fare concretamente? Ma cosa significa fare l’esame di coscienza a partire dalla Parola di Dio? Lasciare che il senso del peccato mi venga detto anzitutto dalla Parola di Dio, nei confronti della quale mi metto in atteggiamento di ascolto, di attesa, di reale disponibilità. Paradossalmente si potrebbe anche dire che, ascoltando la Parola di Dio, imparo a dire il peccato come atto di fede. Lascio, cioè, che sia la Parola di Dio a suggerirmi le parole giuste per descrivere la mia reale condizione di vita, la mia condizione esistenziale davanti a Dio e agli uomini. Mi fido cioè del fatto che il senso del peccato scaturisca anzitutto dal sentirmi dentro una relazione, un rapporto. Dove Dio parla per primo. Dove Dio, nella Sua grande misericordia, mi raggiunge con una parola di amore e di perdono. Sentendomi così amato e perdonato, non sarà poi difficile lasciare che il mio cuore reagisca intuendo la distanza e la fatica di rispondere a questo amore misericordioso.
2. Precarietà della condizione umana e scelta deliberata di peccare (peccato lieve e peccato grave) Avevamo guadagnato questa consapevolezza: fare l’esame di coscienza, in vista di una buona confessione, significa mettere la propria coscienza in relazione con la Parola di Dio, che è oggi l’unico strumento in grado di ridare alla coscienza il senso vero del peccato, cioè della mia condizione di peccatore, di credente che ha preso una certa posizione di distanza da Dio, commettendo determinati peccati. Dunque, il senso del peccato, grave o lieve, mortale o veniale, come si diceva un tempo, è dato da una relazione, lo si riconosce dentro una relazione. Una relazione d’amore - È chiaro che quando si afferma che il senso del peccato è riconoscibile alla luce della relazione che la mia coscienza intrattiene con la Parola di Dio, non ci si sta riferendo ad una relazione con qualcosa (la “Parola” in quanto tale), ma ad una relazione con Qualcuno, cioè al fatto che questa Parola è di Dio, è stata anzitutto pronunciata da Dio. E la ragione ultima della Parola di Dio (che può essere identificata con Gesù stesso) è l’amore. Cioè, Dio ha parlato agli uomini per amore, solo per amore, perché Lui, Dio, è amore. Dunque, la relazione che la coscienza di un credente può mettere in evidenza, alla luce della Parola di Dio, altro non è che una relazione di amore, un’azione con la quale Dio ha voluto dire all’uomo e a me come credente, tutto il Suo amore, tutta la Sua predilezione, tutto il Suo affetto.
Prendere atto dell’amore di Dio - In questo senso, in rapporto alla confessione sacramentale, ciò che conta non è anzitutto l’insieme, la sequenza dei peccati che intendo dire o riesco a dire, ma è piuttosto prendere atto (coscienza) di quanto Dio mi ama, mi vuole bene, vuole il mio bene, fidandomi del fatto che mi ama e mi ha voluto bene così, a Suo modo, donandomi Suo Figlio, Gesù. Prima che un elenco di peccati, la confessione è la presa di coscienza di quanto ciascuno di noi è amato da Dio. Di conseguenza, sentendoci così profondamente amati e compresi da Dio, non sarà poi difficile percepire la nostra distanza da Lui, tutta la nostra ingratitudine, tutto il nostro peccato appunto inteso come non risposta, non corrispondenza al Suo grande amore ed esporre tutto questo così come ci sarà possibile.
Peccato grave e peccato lieve - Dunque, quale differenza tra peccato grave e peccato lieve? Diciamo innanzi tutto che il senso del peccato non si misura anzitutto con criteri formali e oggettivi; il senso del peccato, in questa prospettiva, si dà, infatti, all’interno di una relazione intersoggettiva tra Dio e il credente peccatore. Questo non significa che non si dia uno spessore oggettivo del peccato in quanto tale, cioè una sua misurabilità alla luce di criteri “esterni” di carattere etico, morale, culturale o giuridico. La questione di uno spessore oggettivo rimane, ma dopo che la si sia inscritta all’interno di un rapporto intersoggettivo: si tratta, cioè, del rapporto d’amore che Dio ha stabilito con gli uomini a partire da Gesù, dalla Sua incarnazione. Pertanto la gravità o la lievità del peccato di un credente è da recepire a partire da questa relazione primaria. È interessante, ad esempio, quanto Gesù dice, parlando in casa di Simone, a proposito della donna che l’aveva raggiunto e, bagnatiGli i piedi con le sue lacrime, Glieli asciugava con i capelli: “Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato” (Luca 7,47). Gesù non è preoccupato di leggere in termini quantitativi il peccato di questa donna, ma di interpretarlo e di perdonarlo totalmente a partire da una relazione d’amore.
Mancanza d’amore - Ma la domanda rimane: c’è allora differenza tra peccato grave e peccato lieve? Tra peccato mortale e peccato veniale? Sì, così come si può sbagliare in rapporto a qualsiasi esperienza d’amore, non amando come si deve, o addirittura tradendo la persona amata. È possibile sia non rispondere pienamente all’amore della persona amata sia tradirla gravemente. La relazione tra Dio e gli uomini si misura nella logica dell’amore, naturalmente a partire da Lui che ci ha amati per primo e non ha disdegnato neppure di donarci Suo Figlio, proprio Suo figlio, per amore
3. Si confessa il peccato all’interno della Chiesa (il ruolo del sacerdote)
L’obiezione, la domanda che più facilmente viene posta a riguardo della confessione sacramentale ad un sacerdote è: “Perché mi devo confessare da un sacerdote e non posso confessare le mie colpe direttamente a Dio?” Il punto debole della domanda, così come è posta, sta proprio nell’avverbio “direttamente”, nel senso che si vorrebbe in un certo senso contrapporre la possibilità di riferirsi direttamente a Dio per confessare i propri peccati, glissando la mediazione del sacerdote o, per dirla meglio, della Chiesa in quanto tale. Questo è il punto serio e, per certi aspetti, molto problematico: si fa fatica a sentire il valore, la mediazione della Chiesa nel dinamismo del perdono dei peccati. Il credente e il senso debole della Chiesa - Già avevamo rilevato che oggi si fa fatica a confessarsi perché si ha un senso molto debole del peccato. Ma potremmo anche dire così: si fa fatica ad accostarsi alla confessione perché si ha un senso debole della Chiesa o, se si vuole, del valore e del significato del suo compito, della sua mediazione appunto. Perché la Chiesa è determinante, importante e decisiva nel cammino del sacramento della confessione? Vorrei dire questo: perché la Chiesa non è un’intrusa nella richiesta di perdono e di misericordia dei credenti, ma una presenza voluta esplicitamente da Gesù, quando, la sera stessa di Pasqua, aveva detto ai suoi discepoli riuniti nel cenacolo: “…a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Giovanni 20,23). Perché la Chiesa come mediatrice? - A questo punto ci possiamo anche domandare la ragione di questa voluta mediazione della Chiesa nel sacramento del perdono e della misericordia. A me pare che la ragione debba essere ravvisata nel fatto che servirsi di mediazioni, accettare la mediazione della Chiesa fa parte della logica dell’incarnazione di Dio in Gesù, nella storia. Accettare che il messaggio, il Vangelo della misericordia e del perdono venga oggi, ancora oggi, proclamato attraverso una mediazione umana come la Chiesa. Cioè la Chiesa, per esplicito desiderio di Gesù, è oggi (come lungo tutta la storia) la realtà che ci permette di ascoltare la parola di Gesù, accogliendo tutta la grazia, il perdono e la misericordia che in quanto tale essa comporta. Perché proprio a un prete? - Sì, ma perché proprio a un prete devo dire i miei peccati? Effettivamente qui bisogna prendere atto di alcuni passaggi che sono avvenuti lungo la storia della Chiesa che ha interpretato il desiderio di Gesù: proprio alla Chiesa ha affidato il servizio del perdono e della misericordia. Nei primi secoli della Chiesa, la confessione dei peccati avveniva davanti a tutta la comunità cristiana. Era come se fosse più evidente il fatto che, avendo commesso dei peccati gravi si era lesa, si era come rotta una comunione che andava dunque richiesta, ridomandata. Andava richiesta l’ammissione alla comunione ecclesiale, domandandola al vescovo che si trovava con tutta la comunità radunata in chiesa.
4. Le tre condizioni per una buona confessione
Le “condizioni per una buona confessione” sono molto importanti. Nel catechismo della Chiesa Cattolica si parla degli “atti del penitente” e si fa riferimento fondamentalmente a tre azioni importanti: La contrizione o dolore dei peccati, facendo notare che è bene prepararsi a ricevere questo sacramento con un esame di coscienza fatto alla luce della Parola di Dio. La confessione o accusa dei peccati e qui si distingue tra accusa dei peccati gravi (almeno una volta all’anno) e dei peccati veniali o quotidiani, vivamente raccomandata dalla Chiesa. La soddisfazione o riparazione o penitenza, o opere degne di conversione (Luca 3,8). Proviamo a riprendere questi tre momenti, queste tre azioni che stabiliscono le condizioni per una buona confessione.
Contrizione dei peccati – Se, come c’eravamo chiesti un buon esame di coscienza lo si fa riferendoci alla Parola di Dio allora è alla luce della Parola di dio che si ritrova lo spirito di contrizione o dolore dei peccati. Un buon suggerimento potrebbe essere quello di riferirsi con un certo ordine alla Parola di Dio, magari di tipo liturgico (la Parola del Vangelo della domenica precedente o seguente, la Parola di Dio del giorno, alcuni brani che sentiamo particolarmente veri ed eloquenti). Il dolore (contrizione) non è frutto di una sorta di dispiacere morale o moralistico, ma la percezione della distanza da quanto Dio in Gesù ci chiede, ci ha chiesto per amore.
Accusa dei peccati - Certo, se la confessione non è ancorata alla Parola di Dio, rischiamo di dire quello che ci viene in mente, che è frutto della nostra tradizione, educazione, abitudine, scrupolo, visione morale delle cose e delle relazioni. Nel caso di incertezza, è bene farsi questa domanda: come direbbe il Vangelo di Gesù in questo caso? Cosa farebbe Gesù in questo caso?
Penitenza o soddisfazione dei peccati - deve essere suggerita da un profondo senso d’amore e non da una visione fiscale o scrupolosa. Non che sia secondaria la precisione in questo caso, ma importa rieducarsi a un atteggiamento pieno di amore obbediente. Alla luce dei peccati accusati, il sacerdote dovrebbe suggerire una penitenza adeguata e rispondente nello spirito a quanto è stato detto nella confessione dei peccati. Il rischio è che una reale mancanza di amore obbediente faccia scadere tutto alla ripetizione di qualche formula che può risultare banale.
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