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Introduzione al Natale - Scheda di meditazione PDF Stampa E-mail
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Sabato 17 Dicembre 2011 22:47

 

Pubblichiamo per tutti queste note di don Walter sul Sacramento della Riconciliazione, presentate in occasione del ritiro spirituale presso la nostra Parrocchia sabato 17 dicembre.

Da leggere e meditare nell'avvicinarsi del Santo Natale.

 

Scheda di meditazione sul sacramento della riconciliazione

 “Il volto dell’Atteso è la misericordia. Ogni uomo lo intuisce, a partire dalle relazioni costitutive che si vivono in famiglia, tra gli sposi e con i figli: si conosce veramente l’amore solo quando si viene perdonati. Il perdono donato a chi non lo meriterebbe è l’espressione suprema della gratuità dell’amore. I cristiani ne fanno esperienza ogni volta che si accostano al sacramento della Riconciliazione. Infatti l’uomo che smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che «ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri» (n. 1489). Domando, per questo, ai sacerdoti secolari e religiosi di rinnovare la loro disponibilità per il ministero della confessione. In ogni parrocchia, in ogni decanato, i fedeli debbono poter trovare in chiesa, almeno in certi orari ben definiti, sacerdoti in attesa dei penitenti. E presso i santuari e le chiese maggiori la presenza del confessore deve essere continua. Infatti «la confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa» (n. 1497)”

(Dall’Omelia del card. Scola (Duomo, IV domenica di Avvento, 4 dicembre 2011 L’Ingresso del Messia)

 

IL VOLTO DELL’ATTESO E’ LA MISERICORDIA

Recuperare un Sacramento caduto un po’ in disuso

 

1. Distinguere tra esame di coscienza e confessione dei peccati

 

2. Precarietà della condizione umana e scelta deliberata di peccare

 

3. Si confessa il peccato all’interno della Chiesa (il ruolo del sacerdote)

 

4. Le tre condizioni per una buona confessione: contrizione o dolore dei peccati,  

 confessione o accusa dei peccati; soddisfazione o riparazione o penitenza.

 

Ci si prepara al sacramento della penitenza pregando:

Mio Signore e mio Dio,
tu conosci la mia debolezza,
la mia miseria, il mio peccato
perché sempre mi scruti,
mi conosci, mi provi, mi correggi.
Invia su di me il tuo Spirito santo,
affinché illumini il mio cuore
e io conosca i miei peccati,
mi porti grazia e consolazione
e io pianga le mie colpe,
mi riveli il tuo amore
e io speri nella tua misericordia.
Togli il velo ai miei occhi
e sarò preservato
dal grande peccato dell'orgoglio.

 

 


 

 

Allegati alla ‘Riflessione sul sacramento della riconciliazione’

(Parrocchia Dio Padre, 17 dicembre 2011)

 

1. L’uomo che smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza

Dall’Omelia del card. Scola (Duomo, IV domenica di Avvento, 4 dicembre 2011 L’Ingresso del Messia)

 

4. Il Messia che entrando in Gerusalemme prepara la sua consegna, libera e obbediente, alla morte, assume la sfida del male. E lo fa in modo del tutto imprevedibile: lo prende su di Sé. Così il suo solenne ingresso in Gerusalemme ci indica che è Lui l’Atteso, ma soprattutto mostra che Dio, attraverso un Messia giusto, umile e pacifico, risponde al male dell’uomo con la sua misericordia. Infatti, come ci ricorda il Beato Giovanni Paolo II, la «rivelazione dell'amore viene anche definita misericordia, e tale rivelazione dell'amore e della misericordia ha nella storia dell'uomo una forma e un nome: si chiama Gesù Cristo» (Redemptor hominis 9).

Il volto dell’Atteso è la misericordia. Ogni uomo lo intuisce, a partire dalle relazioni costitutive che si vivono in famiglia, tra gli sposi e con i figli: si conosce veramente l’amore solo quando si viene perdonati. Il perdono donato a chi non lo meriterebbe è l’espressione suprema della gratuità dell’amore. I cristiani ne fanno esperienza ogni volta che si accostano al sacramento della Riconciliazione. Infatti l’uomo che smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ci ricorda che «ritornare alla comunione con Dio dopo averla perduta a causa del peccato, è un movimento nato dalla grazia di Dio ricco di misericordia e sollecito della salvezza degli uomini. Bisogna chiedere questo dono prezioso per sé e per gli altri» (n. 1489). Domando, per questo, ai sacerdoti secolari e religiosi di rinnovare la loro disponibilità per il ministero della confessione. In ogni parrocchia, in ogni decanato, i fedeli debbono poter trovare in chiesa, almeno in certi orari ben definiti, sacerdoti in attesa dei penitenti. E presso i santuari e le chiese maggiori la presenza del confessore deve essere continua. Infatti «la confessione individuale e completa dei peccati gravi seguita dall’assoluzione rimane l’unico mezzo ordinario per la riconciliazione con Dio e con la Chiesa» (n. 1497).

 

5. La misericordia attesa, invocata e ricevuta è sorgente di vero progresso per la vita personale e per quella sociale. Alla necessità del continuo rinnovamento della vita personale ci ha richiamato oggi l’Epistola di san Paolo: «Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio - e così già vi comportate -, possiate progredire ancora di più» (Epistola, 1Ts 4,1). La venuta del Messia redentore, dono di misericordia, lungi dal renderci superficiali nei confronti del male che compiamo, provoca, attraverso il sacramento della Confessione, la contrizione - che consiste nel dolore per i nostri peccati, nel pentimento e nel proposito di non peccare di nuovo -, l’accusa e la penitenza (soddisfazione). Nello stesso tempo sprigiona un’energica disposizione a compiere il bene.

Ma la misericordia è fonte anche di rinnovamento per la vita sociale: essa impedisce di considerare il giudizio sui malfattori e la loro condanna - fattori questi necessari per l’ordinamento civile di una società - come la parola definitiva sulle loro persone. Il Messia infatti è venuto a riscattare i peccatori. A nessuno che si riconosca tale, lo sappiamo per personale esperienza, è negato il dono della conversione. Amen

 

 

2. Consigli per il colloquio penitenziale - tre atteggiamenti fondamentali:

 confessio laudis, confessio vitae, confessio fidei

card Carlo Maria Martini, La via di Timoteo.

 

Il disagio di fronte al contenuto dell'accusa dei peccati è molto diffuso nella chiesa di oggi. Un disagio che, a mio parere, nasce proprio dalla forma, dall'atmosfera che assume la Confessione. Ovviamente, per quanti intendono il sacramento della penitenza nel modo antico, come una confessione breve, frequente, nella quale si costruisce una serie di piccole pietre miliari che aiutano a essere purificati dalle colpe quotidiane e a mantenere vivo il senso della gratuità della salvezza, esso ha tuttora un significato preciso anzi è una grazia; li invito perciò a continuare così.
Il mio suggerimento vale dunque per coloro che trovano difficile la pratica della confessione regolare, ritenendola faticosa, formale, poco stimolante, addirittura inutile.

A questi propongo il colloquio penitenziale, cioè un dialogo fatto con il sacerdote, nel quale cerco di vivere il momento della riconciliazione in una maniera più ampia rispetto alla confessione breve che elenca semplicemente le mancanze; tale allargamento è previsto, fra l'altro, dal nuovo Ordo Poenitentiae. Si inizia il colloquio con la lettura di una pagina biblica, con un Salmo, cosí da porsi in un'atmosfera di verità davanti al Signore. Segue quindi un triplice momento: confessio laudis, confessio vitae, confessio fidei.

 

La confessio laudis risponde alla domanda: dall'ultima confessione, quali sono le cose per cui sento di dover maggiormente ringraziare Dio che mi è stato vicino? Iniziare con il ringraziamento e la lode mette la nostra vita nel giusto quadro ed è molto importante far emergere i doni che il Signore ci ha fatto.

 

La confessio vitae può partire dalla domanda: dall'ultima confessione, che cosa c'è in me che non vorrei che ci fosse? Che cosa mi pesa? Questo è il momento della confessione dei peccati o delle mancanze precise -la si fa in base allo schema dei dieci comandamenti o delle virtù teologali e cardinali, ecc.-; tuttavia è fondamentale mettere davanti a Dio le situazioni che abbiamo vissuto e che ci pesano (un'antipatia da cui non riusciamo a liberarci e non sappiamo se da parte nostra c'è stata o meno una colpa; una certa fatica nell'amare, nel perdonare, nel servire gli altri).

 

La confessio fidei, infine, è la preparazione immediata a ricevere il perdono di Dio. È la proclamazione davanti a Lui: "Credo nella tua potenza sulla mia vita".

 

È necessario cercare di vivere l'esperienza della salvezza come esperienza di fiducia, di gioia, come il momento in cui il Signore entra nella mia esistenza e mi dà la buona notizia.

 

 

3. Disponibili alle confessioni per ritrovare la speranza

Un parroco milanese rilancia l’appello scandito dall’arcivescovo Scola - Luisa Bove  12.12.2011

 

«L’uomo che smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza», ha detto il cardinale Angelo Scola nell’omelia di domenica scorsa in Duomo. Quindi ha lanciato un appello ai preti – secolari e religiosi – a «rinnovare la loro disponibilità per il ministero della confessione». E ha aggiunto: «In ogni parrocchia, in ogni decanato, i fedeli debbono poter trovare in chiesa, almeno in certi orari ben definiti, sacerdoti in attesa di penitenti. E presso i santuari e le chiese maggiori la presenza del confessore deve essere continua». Sarà un caso, ma venerdì, dopo vari tentativi e telefonate a ripetizione fino all’ora di pranzo, solo nel pomeriggio ho potuto parlare con don Davide Caldirola che si è giustificato: «Sono stato a confessare tutta mattina». Parroco di San Gabriele a Milano dal 2000 e responsabile della Comunità pastorale che comprende anche S. Maria Beltrade dal 2007, don Caldirola è uno che considera il sacramento della confessione «non “a senso unico”».

 

E cioè?

Non passi l’idea del prete bravo che pazientemente aspetta il penitente, gli dice belle parole, gli dà la Grazia di Dio e se ne va frustrato dopo una mattina di confessionale. Mi piace mettere l’accento su quanto impara un prete dai suoi penitenti, cioè su quanta Grazia raccoglie da chi va a raccontargli la sua vita, ad accusare il peccato, a cercare una parola di conforto. Può rasserenare e sostenere il penitente sapere che non va a dar fastidio al prete. La consegna stessa in umiltà di cuore della sua vita nelle mani di un uomo, peccatore come lui, è già in sé un atto di fiducia grande. E poi il prete cresce anche attraverso l’ascolto del peccato della sua gente nel quale si confronta, a volte si specchia e gli rivela molto della sua stessa vita e della Grazia di Dio.

 

L’Arcivescovo ha detto che chi smarrisce il senso del peccato si ritrova senza speranza. La confessione allora può diventare “il luogo” per ritrovarla?

Sì, perché tanti vengono per cercare il perdono dei peccati, ma anche una parola di incoraggiamento. Nella confessione mescolano spesso l’accusa del peccato, ma anche il ringraziamento e la confidenza di problemi che assillano la loro famiglia e loro stessi. Quindi cercano attraverso le parole del confessore non un giudizio, ma un incoraggiamento e una speranza, detta però non a titolo personale dal confessore, quanto a nome di Dio.

 

L’invito del cardinale Scola ai preti, secolari e religiosi, di garantire almeno giorni e orari prestabiliti per le confessioni è quindi la prima attenzione da avere?

Quello dell’Arcivescovo è senz’altro un invito buono, ma ci sono parrocchie in cui durante la giornata non circola nessuno oppure vie come le mie in cui, anche se rimani a lungo in confessionale indicando gli orari, non è così automatico che qualcuno arrivi. Bisogna fare i conti, realisticamente, con i tempi della gente. Questo non riguarda solo le confessioni, ma anche le celebrazioni dell’Eucaristia, tutte collocate in orari in cui possono partecipare soltanto i pensionati o chi non ha impegni di lavoro. Fino a qualche anno fa potevo fermarmi in chiesa prima e dopo le celebrazioni dell’Eucaristia, ma adesso che siamo Comunità pastorale devo correre avanti e indietro da una chiesa all’altra e non posso garantire la mia presenza.

Le difficoltà della vita, la precarietà del lavoro e i legami fragili sono a volte causa di depressione, disperazione, sconforto… Può la confessione raccogliere questi disagi senza snaturare o falsare il significato del sacramento?

Sicuramente sì. È una questione molto delicata, però essere rigorosi nel vivere il sacramento della confessione non significa essere rigidi, ma creare forzatamente uno spazio di ascolto che va al di là della confessione stessa. Il sacerdote deve essere pronto anche ad ascoltare “a vuoto” parole che non sono strettamente legate né alla confessio laudi, né alla confessio vitae, ma di cui il penitente ha bisogno. Forse anche questo fa parte dell’arte di un buon confessore.

Tra i giovani, gli adulti e gli anziani nota un approccio diverso nel vivere la confessione?

Sì e no. Certo l’anziano è più impostato, però la differenza non è tanto a livello di età. È diverso l’approccio di chi ha capito che cosa vuol dire confessarsi e di chi invece “paga la tassa”. Ma questo è trasversale, perché ci sono giovani che arrivano preoccupati soltanto di confessarsi in fretta perché sembra loro di essere in grave peccato e ci sono anziani che si preparano leggendo la Scrittura. E viceversa. Non è una questione di età, ma di coscienza cristiana. Forse ci dobbiamo preoccupare davvero di preparare bene a un sacramento vissuto in profondità e non come tassa da pagare, altrimenti non avremo penitenti che si confessano fruttuosamente, al di là del fatto che la Grazia del Signore agisce sempre.

 

 

(Introduzione al Natale 17 dicembre 2011, 9.00-12.00 – Parrocchia Dio Padre – Milano due)

 
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