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| Omelia XXX Anniversario della ordinazione sacerdotale di don Walter |
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| Domenica 16 Ottobre 2011 16:23 |
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Omelia XXX Anniversario della mia ordinazione sacerdotale Dedicazione del Duomo di Milano - Milano due – Parrocchia Dio Padre – 16 ottobre 2011
nella solennità della Dedicazione della Chiesa cattedrale, il Duomo di Milano, abbiamo voluto ricordare anche il XXX anniversario della mia ordinazione sacerdotale. Tutto questo si inserisce in un anno che la nostra parrocchia sta dedicando ai trent’anni della costruzione di questa chiesa. Si comprende allora perché il Duomo di Milano viene definito proprio oggi: “chiesa madre di tutti i fedeli ambrosiani”. Ma allora mi sono domandato: cosa c’entra la chiesa - nella sua visibilità, nella sua architettura - con la mia vita di battezzato e poi ordinato prete da trent’anni?
“Quanto è grande la casa di Dio”
“In una casa grande però non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento …”
Tuttavia Paolo, nella seconda Lettura di oggi afferma che “in una casa grande però non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e di argilla; alcuni per usi nobili, altri per usi spregevoli”. Col passare degli anni, infatti, ho cominciato a frequentare altre chiese, accorgendomi che spesso in alcune chiese la luce del sole, attraversando le vetrate, si riflette sul pavimento creando zone luminose e zone di ombra, talvolta anche molto oscure. Così capitava che alcune chiese mi piacevano subito d’istinto, altre invece mi sembravano più fredde e distanti dalla mia sensibilità. E’ la realtà della Chiesa del resto che finisce per comprendere e rispecchiare i tratti più diversi e complessi della nostra umanità. Un’umanità che mentre ti affascina, poi magari ti delude. La chiesa è anzitutto fatta di pietre vive, segno ad un tempo di grandi ricchezze e di profonde povertà, di slanci evangelici e di santità, come pure di fatiche e debolezze, che giungono addirittura allo scandalo. Ma passando di chiesa in chiesa non ho mai perso la speranza, che è una virtù teologale. Intuendo che la forza per andare avanti non veniva da me, ma anzitutto dal Signore. proprio per questo m’ero convinto, a 24 anni, a tornare nel Seminario che avevo lasciato qualche anno prima, per diventare definitivamente prete, senza più dubbi e tentennamenti. Paolo direbbe che mi stavo esercitando a stare “lontano dalle passioni della gioventù; cerca(ndo) la giustizia, la fede, la carità, la pace, insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro”.
“La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”
Così siamo al brano evangelico odierno, che, a riguardo della casa di Dio, della Chiesa come diremmo noi, va molto diritto, senza peli sulla lingua. l’episodio è noto. Gesù sta entrando in Gerusalemme, mentre tutti si domandavano: “chi è costui?”, chi sta arrivando? e altri rispondevano: “è il profeta Gesù, da Nazaret di Galilea”. Ci si rende conto che spesso la gente che sta sulla strada, senza frequentare la chiesa, si fa delle domande a riguardo di Gesù e della sua identità, dicendo anche cose molto belle e sensate di Lui. Poi Gesù entra nel Tempio, la casa di Dio, accorgendosi della presenza di mercanti, cambiavalute e venditori di animali per i sacrifici. Si arrabbia a tal punto da rovesciare tutto, mettendosi persino a gridare: “Sta scritto: la mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri”. L’affermazione è un po’ forte! Come potrebbe risultare pesante accorgersi che anche nelle nostre chiese, il bene e il male convivono ancora. Stanno insieme buoni e cattivi, giusti e ingiusti. Ma è chiaro che Gesù non se la prende tanto coi poveri e i malati, perchè – come si dice subito dopo – “si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì”. Quello che piuttosto lo fa davvero arrabbiare è la supponenza della gente di chiesa. Soprattutto quando si accorge che manca l’umiltà in chi magari frequentando la chiesa, non si lascia cambiare il cuore, non si lascia convertire. Anche questo ho imparato in questi anni, soprattutto a partire da me, dai miei limiti e dalle mie fatiche. Se non mi cerco di stare umilmente sotto il suo sguardo i rischi di un atteggiamento poco evangelico, potrebbe fare anche di un prete un ladro pericoloso.
“Dalla bocca di bambini e di lattanti hai tratto per te una lode”
Spero d’essere riuscito a parlare della Chiesa e del fatto la amo ancora, più profondamente. Forse lo sguardo s’è fatto meno ingenuo a suo riguardo. Ma non posso più fare a meno di lei. Magari non so più spiegarvi cos’è la realtà della chiesa, ma vi posso assicurare che in questa chiesa, nella quale sto celebrando l’Eucaristia con tutti voi, sto molto bene e vorrei che anche voi provaste i miei stessi sentimenti. Dorothy Thompson, scrittrice americana, anni fa ha pubblicato i risultati di un’accurata indagine sul campo di concentramento di Dachau. Una domanda chiave rivolta ai sopravvissuti era questa: «Chi in mezzo all’inferno di Dachau è rimasto più a lungo in condizioni di equilibrio? Chi ha mantenuto più a lungo il proprio senso di identità?». La risposta è stata corale: «i preti cattolici». Sì, i preti cattolici in quella situazione sono riusciti a mantenersi in equilibrio, pur in mezzo a tanta follia, era perché erano consapevoli della loro vocazione. Avevano una scala di valori di riferimento. Una dedizione totale alla loro missione! So che viviamo in mondo instabile. Che esiste instabilità nella famiglia, nel lavoro, nella varie aggregazioni sociali e professionali, nelle scuole e nelle istituzioni. Mi domando spesso: sarò capace di andare avanti a fare il prete in questa Chiesa così come Gesù lo desidera?
Sarà anche che sono prete da trent’anni, ma il finale del Vangelo di oggi mi piace molto. Mi entusiasma sentire Gesù che, provocato dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, dice loro, citando il salmo 8: “Voi fate ancora i supponenti e i presuntuosi? Bene, sappiate che “dalla bocca dei bambini e dei lattanti hai tratto per te una lode”. Da quando sono parroco, vedere che ci sono tanti bambini, anche piccoli, che vengono alla Messa la domenica accompagnati dai loro genitori, anzi che tanti bambini costringono i loro genitori a venire a messa, proprio questo mi fa sorridere compiaciuto. Che stia girando il mondo dalla parte della speranza? Quando poi vedo gli adolescenti aumentare nei gruppi della nostra parrocchia e qualche giovane qua e là per la chiesa durante l’Eucaristia il cuore si rassicura e la speranza diventa più forte. Pregate il Signore con me che questo sia sempre più vero. Lasciamo che continuamente i bambini si avvicinino a Gesù. Il mondo e il regno dei cieli è e rimarrà sempre e comunque di chi è come loro. Questo me l’ha sempre insegnato la Chiesa. La ringrazio di cuore con voi. Vi chiedo, cari fratelli e sorelle, continuate a pregare per me!
don walter
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Il profeta Barùc, nella prima lettura ci ha detto: “O Israele, quanto è grande la casa di Dio, quanto è esteso il luogo del suo dominio! È grande e non ha fine, è alto e non ha misura!”. Ma la chiesa che mi ha accolto e custodito sin da bambino, facendomi muovere i primi passi della fede, era piuttosto una piccola chiesa di paese. Graziosa e accogliente, ordinata e armonica. Appena varcato il portale, facevo subito il segno della croce, intingendo la mano nella conca dell’acquasantiera che stentavo a raggiungere tanto ero piccolo. Così mi ritrovavo come d’incanto immerso in un clima raccolto e devoto, mentre lo sguardo andava diritto all’altare. Persino la statua di Gesù, che troneggiava nell’abside e che con la mano sinistra sosteneva un cuore raggiante, con la destra indicava l’altare costruito in modo tale da far si che il tabernacolo con l’Eucaristia stesse proprio al centro. Poi ero sempre attorniato da una miriade di persone sante, anche se non lo sapevo allora, come dice sempre Barùc: “Le stelle hanno brillato nei loro posti di guardia e hanno gioito; egli le ha chiamate ed hanno risposto: «Eccoci!», e hanno brillato di gioia per colui che le ha create”. C’era don Giuseppe, che si commuoveva durante la consacrazione; le catechiste, avvolte in grandi scialli di pizzo, che pazientemente mi insegnavano a pregare; e il sacrestano, spesso inginocchiato nella seconda panca. Mio padre la domenica si metteva infondo, vicino al quadro di san Giuseppe, mentre mia Mamma di solito stava accanto all’altare della Madonna. Così, mentre imparavo a scoprire “quanto è grande la casa di Dio”, nasceva in me sempre più intenso il desiderio di diventare prete. Forse con l’intenzione non dichiarata di continuare così a rendere più bella e più grande la Chiesa.