|
Anno pastorale 2010-2011 - Arcidiocesi di Milano
Avvio Equipe Azione Caritativa Parrocchiale – 22 febbraio 2011
Dal Vangelo di Marco: Mc 10, 17-22
Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna? ”. Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre” Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”. Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Commento alla scheda «I segni della carità: “Farsi prossimo” oggi»
La santità di san Carlo Borromeo si è espressa anche nella capacità di vivere profondamente la carità, la vicinanza ai poveri e alla città, soprattutto nei momenti più difficili e durante il dilagare della peste. Mentre molti fuggivano da Milano, egli ritenne suo dovere rimanere tra il suo popolo e mettersi a servizio dei più bisognosi.
San Carlo ci parla di una Santità che è condivisione. Sappiamo bene che una delle scelte più dirompenti di san Carlo fu la decisione - per nulla scontata al suo tempo - di stare, una volta fatto Vescovo di Milano, accanto al suo popolo, rinunciando alla prassi di restare a Roma, governando la Diocesi attraverso un delegato. Sarà questa scelta che si tradurrà nella decisione di rimanere nella sua città anche durante il tempo della peste, anche quando le autorità civili se ne erano andate. “Stare” in mezzo al mondo in cui la Provvidenza ci ha posto, senza cedere alla tentazione di fuggire nel rimpianto dei tempi passati o in un disimpegno deresponsabilizzante: questo è un primo modo di lasciarci contagiare dalla carità di san Carlo.
L’esempio di san Carlo ci interpella in modo particolare in questo anno in cui ricorre anche il 25° anniversario del convegno “Farsi prossimo”. Lo volle il cardinale Carlo Maria Martini e fu un’occasione importante per la nostra Chiesa di interrogarsi e riflettere sui temi della carità. Da quell’evento presero avvio molte iniziative concrete che hanno accompagnato il cammino della Diocesi in tutti questi anni. Molte attività assistenziali, i Centri di ascolto delle nostre parrocchie e la stessa costituzione dei gruppi Caritas parrocchiali e decanali trovano la loro origine proprio a partire da quell’importante convegno.
Il convegno “Farsi prossimo” non fu un evento propriamente della Caritas Ambrosiana, anche se fu l’ambito privilegiato di ricaduta degli effetti del Convegno. Il “Farsi prossimo” fu un evento diocesano, a dire che non c’è iniziativa caritativa che non debba mantenere questa forte impronta educativa ed animativa. A dire che la crescita nella prossimità, nello stare accanto agli ultimi, non potrà mai essere consegnata neppure alla Caritas che esiste proprio allo scopo di essere “pungolo” per la comunità cristiana e per la società civile, affinchè si sviluppi un giusto sguardo nei confronti degli ultimi della fila.
In questo Anno pastorale dedicato a san Carlo e sollecitati dalla memoria del convegno “Farsi prossimo”, non possiamo non domandarci come crescere nell’attenzione al tema della prossimità. Anche la celebrazione della 46ª edizione della Settimana sociale dei cattolici italiani che si terrà a Reggio Calabria il prossimo ottobre, ci stimola a questa attenzione.
Provvidenzialmente, la Settimana sociale dei cattolici italiani ci provoca a declinare il tema della prossimità nella prospettiva di un impegno a favore del bene comune. C’è una prossimità che si traduce nella messa in opera di tutta una serie di servizi ed iniziative molto concrete e territorialmente connotate, ma contemporaneamente il principio della prossimità richiede l’affinamento di iniziative gestite a livello istituzionale capaci di prevenire la povertà e l’esclusione. L’intervento del samaritano sulla via tra Gerusalemme e Gerico deve vedere la nascita, ad es., di un presidio di sicurezza affinchè i briganti non colpiscano altri viandanti e altri samaritani si trovino a dover intervenire a salvare i malcapitati.
Ci viene chiesto di vedere con più chiarezza i mali che affliggono il nostro territorio al momento attuale e il servizio che, come comunità cristiane, siamo chiamati a donare. La crisi economica e occupazionale in atto, ancora incerta nel suo sbocco, mostra i suoi effetti concreti nella difficoltà di molte famiglie a gestire la loro vita quotidiana e a guardare al futuro con serenità. Non possiamo restare indifferenti, ma sentirci sfidati da una nuova “fantasia della carità”.
C’è il rischio di immaginare che la crisi sia alle nostre spalle e dunque di sentirsi deresponsabilizzati, specie se apparteniamo a quelle categorie che fortunatamente dalla crisi non sono state toccate più di tanto. La crisi è diventata occupazionale e colpisce in modo particolare i giovani che faticano a trovare un lavoro a tempo indeterminato, condizione di base per poter affrontare scelte come quella di “metter su famiglia”. Ci stiamo rendendo conto che oggi la contrapposizione non è più tra occupati e disoccupati, ma tra protetti e non protetti, tra lavoratori tutelati e lavoratori privi di tutele o con tutele diseguali. A questo proposito può essere utile segnalare come - su impulso della campagna di Caritas Europa in occasione dell’Anno europeo di lotta alla povertà e all’esclusione sociale - le Caritas della Lombardia stanno elaborando uno studio relativo a quello che normalmente è chiamato il “reddito minimo”. Si tratta di una misura presente in pressochè tutti i sistemi di welfare europei in cui la corresponsione di un sussidio monetario viene combinata con l’impegno - da parte dei beneficiari - a seguire programmi di reinserimento socio-economico.
Le Caritas parrocchiali e decanali sono chiamate a intensificare la loro azione cercando di promuovere sul territorio, oltre che azioni concrete di sostegno verso i più bisognosi, una rinnovata cultura della solidarietà intesa come responsabilità di tutti a farsi prossimi degli altri e a prendersi cura dei vicini. La solidarietà responsabile domanda una seria e profonda revisione degli stili di vita nel segno della sobrietà che prima ancora di essere un “rinunciare a qualcosa” è la disponibilità interiore ad indirizzare le risorse nella giusta direzione per favorire lo sviluppo e la crescita della persona. La sobrietà indirizza i beni alla promozione dell’ “essere” e rifugge dal puro godimento dell’ “avere”.
Siamo consapevoli che l’impegno più arduo nella lotta contro la povertà andrà profuso sul piano culturale e su quello degli stili di vita. A questo proposito rimandiamo ai sussidi formativi che la Caritas Ambrosiana ha promosso per lo scorso anno pastorale e per quello in corso e che ruotano attorno alle “parole chiave” offerte dall’Arcivescovo nel libro del maggio 2009 intitolato “Non c’è futuro senza solidarietà” e che avevamo riassunto in “sobrietà, solidarietà, stili di vita”. Così come vorremmo ricordare la mostra predisposta dalla Diocesi al termine dello scorso anno pastorale e offerta a tutte le parrocchie e comunità pastorali allo scopo di illustrare anche visivamente i contenuti sui quali la crisi ci interroga e ci deve educare.
Siano anzitutto le stesse comunità parrocchiali a testimoniare concretamente la scelta della sobrietà, rivedendo il loro stile di vita, anche impegnandosi ad alzare sensibilmente la quota delle risorse economiche destinate alla carità.
Se è impegnativo parlare di revisione degli stili di vita a livello individuale, ancora di più lo è immaginare di riuscire a indirizzare i criteri sulla base dei quali ripartire le uscite di una Parrocchia. Ci basti far notare come l’invito presente nella scheda in oggetto trovi almeno due autorevoli precedenti che si fondano sul dettato del CIC, canone 1254, secondo cui i fini propri della Chiesa per i quali può possedere e amministrare beni temporali sono « ordinare il culto divino, provvedere ad un onesto sostentamento del clero, esercitare opere di apostolato sacro e di carità, specialmente a servizio dei poveri »: sotto il titolo Impegno caritativo così recita il Sinodo Diocesano XLVII al n. 331: «Per esprimere concretamente l'attenzione ai poveri e per educare i fedeli ad essa, ogni parrocchia destini ad attività caritative non solo quanto viene raccolto con iniziative straordinarie, ma anche una quota percentuale delle entrate ordinarie del suo bilancio, stabilita di comune accordo tra il consiglio pastorale parrocchiale e il consiglio per gli affari economici» la Nota dell’episcopato italiano al termine del convegno ecclesiale di Palermo del 1996 intitolata “Con il dono della carità dentro la storia” così si esprime al n. 35: « Nelle parrocchie più grandi è opportuno realizzare anche una struttura di servizio ai poveri che, aggiungendosi agli edifici destinati al culto e alla catechesi, sia segno della dimensione caritativa della pastorale. »
Potrebbe essere significativo che in questo anno dedicato a san Carlo tutte le nostre comunità offrano un segno eloquente di vicinanza ai poveri che vivono nelle strade invitandoli in qualche circostanza nelle case o in parrocchia. E’ un gesto che andrà preparato con cura, sottolineandone il significato come un richiamo a risvegliare la coscienza della giustizia, per la quale “i diritti dei deboli non sono affatto diritti deboli”.
La categoria dei “poveri che vivono nelle strade” fa riferimento al mondo della grave emarginazione, dei senza dimora che in questi ultimi anni ha visto arricchire le sue fila grazie all’ingresso di nuovi poveri costituiti da malati mentali, tossicodipendenti e/o alcooldipendenti, stranieri, ma anche persone espulse dal mondo del lavoro o provenienti da un fallimento matrimoniale, o ... I puntini di sospensione sono obbligatori quando si parla di questo segmento di umanità caratterizzato da quella che i tecnici chiamano “povertà multidimensionale”, a dire che i motivi che portano una persona sulla strada sono molteplici e spesso inestricabilmente impastati tra di loro. Prendersi cura di queste persone è difficile e richiede specifiche competenze. In questa sede ci bastino due sottolineature:
anche chi vive sulla strada è destinatario di una qualche forma di azione pastorale, tenendo conto che il prendersi cura di loro deve assumere i caratteri di una azione educativa e riabilitativa
se è relativamente facile per queste persone trovare una soluzione notturna, esse restano pressochè abbandonate a se stesse durante le ore diurne nelle quali i dormitori e le strutture di accoglienza sono normalmente chiusi.
Segnaliamo, a titolo di esempio, alcuni ambiti di intervento che già vedono le nostre parrocchie variamente impegnate e che potrebbero assistere ad un lodevole allargamento di coinvolgimento: l’accoglienza periodica dei venditori della rivista Scarp de tenis all’uscita delle celebrazioni domenicali; l’attivazione di una rete di appartamenti per persone gravemente emarginate e per padri separati privi di soluzioni abitative dignitose, gestiti da Caritas Ambrosiana; la costituzione di spazi di accoglienza diurna - sempre gestiti da professionisti e volontari - per persone senza dimora normalmente ospiti dei dormitori pubblici. Ci corre l’obbligo, a questo punto, ricordare come esista dal lontano 1984 un servizio di Caritas Ambrosiana espressamente dedicato alla presa in carico delle persone gravemente emarginate (SAM).
Il “Fondo famiglia-lavoro” lanciato nel Natale del 2008, quando la crisi economica cominciava a mostrare i suoi effetti, si è dimostrato un segno concretissimo ed efficace per venire incontro alle famiglie in difficoltà. Molto positivo è stato il coinvolgimento del territorio, soprattutto nella fase di accoglienza e discernimento delle richieste. Ciò ha anche permesso a molti una più precisa e approfondita conoscenza delle situazioni locali. E’ importante e utile che i gruppi decanali che si sono costituiti per gestire l’iniziativa del “Fondo famiglia-lavoro” continuino la loro attività e ricevano il necessario sostegno da parte delle comunità.
Il “Fondo famiglia-lavoro” va rilanciato. Le richieste di sostegno sono ancora molte a fronte di una crisi, soprattutto occupazionale, che colpisce tante famiglie. Le parrocchie si attivino a farlo conoscere e a promuoverlo presso la comunità. Offrano esse stesse il loro contributo: ad oggi meno della metà delle parrocchie della Diocesi hanno direttamente contribuito al “Fondo famiglia-lavoro”. Un momento preciso di attenzione a questo aspetto è la giornata della solidarietà che si celebrerà in Diocesi il 13 febbraio 2011.
E’ stato più volte esplicitato come la finalità prioritaria del “Fondo famiglia-lavoro” fosse di tipo culturale-educativo prima che erogativo. Per questo ringraziamo le parrocchie e i decanati, non solo per il coinvolgimento economico dimostrato, ma anche per la capacità di attivare - sull’esempio del “Fondo” - altre misure, seppure di respiro locale, di attenzione alle famiglie in difficoltà a motivo della crisi. Così come non possiamo non plaudire a quelle comunità che, al di là del coinvolgimento economico, hanno saputo far nascere meccanismi di “adozione” tra famiglie che si sono tradotti in gesti molto semplici di vicinanza, come l’accudimento dei bambini che i genitori non potevano seguire a motivo degli orari di lavoro, piuttosto che l’attenzione agli anziani soli del proprio caseggiato.
Già in occasione della Giornata Diocesana Caritas del 2007 l’Arcivescovo ci aveva invitati a favorire la crescita di “famiglie tutor”, cui aveva fatto seguito il lancio di un progetto intitolato “Famiglie che si prendono cura” con l’obiettivo di attivare forme solidali di relazione tra le famiglie di uno stesso territorio, consapevoli che ogni famiglia sperimenta nel corso della sua vita momenti di sofferenza, ma al tempo stesso è capace, in quanto famiglia, di essere risorsa per altri.
n occasione del 25° anniversario del convegno “Farsi prossimo” si chiede che ogni comunità si impegni ad un gesto straordinario di carità. L’attenzione specifica va rivolta ai “piccoli” in difficoltà. Sarà cura della Caritas diocesana definire con precisione le modalità e i tempi per la sua realizzazione. Si vuole in questo modo offrire un segno concreto di promozione della vita, un segno che sappia guardare avanti perché investe sul futuro.
Nella lettera alla Diocesi del 6 dicembre 1986 intitolata “Farsi Prossimo nella città”, scritta per rendere conto del convegno, il card. Martini segnalava tra gli ambiti meritevoli di una attenzione particolare quello di « coloro che bussano alla porta della vita e sono soppressi mediante l'aborto » (n. 8). Ci pare dunque significativo che, a 25 anni dal convegno “Farsi prossimo” ogni comunità cristiana (parrocchia, comunità pastorale, decanato) si senta coinvolta a sostenere un’opera - anche già avviata - che abbia a che fare con il mondo dei “piccoli”.
Quando parliamo di impegno intendiamo immaginarlo su diversi fronti:
quello economico; quello più culturale che vada nel senso di offrire occasioni di approfondimento circa quella particolare fragilità; quello che preveda un coinvolgimento personale a titolo di volontariato: ci piacerebbe che la “straordinarietà” del gesto di carità atto a fare memoria del convegno “Farsi prossimo” si esprimesse anzitutto nella capacità di liberare forze nuove disposte a coinvolgersi direttamente in una situazione di bisogno; in particolare ci sentiremmo di proporre la cosa a due categorie: quella dei giovani e quella dei neo-pensionati.
A proposito dell’ambito in cui convogliare la generosità della Diocesi di Milano, riteniamo fecondo proporre una gamma di opzioni collegate dal filo rosso dei “piccoli”: sostenere i Centri di aiuto alla vita e le loro progettualità a favore della vita nascente, delle donne variamente tentate di ricorrere all’aborto, ...; in particolare auspichiamo una rinnovata collaborazione tra i Centri di ascolto della Caritas e i diversi Centri di aiuto alla vita presenti sul territorio diocesano; sostenere i numerosi servizi di dopo-scuola presenti nei nostri oratori e spesso frequentati da ragazzi stranieri bisognosi di un supplemento di sostegno linguistico e scolastico che spesso la scuola non riesce ad offrire loro; offrire ai bambini delle famiglie rom presenti nei campi autorizzati, ma anche in quelli irregolari, che dovessero essere presenti nei pressi delle nostre parrocchie, forme di “adozione” leggera (invito alla festa di compleanno, ad una gita, ad un week-end, a fare i compiti insieme, ...), magari da parte di quelle famiglie italiane i cui piccoli frequentano la stessa scuola dei piccoli rom; non dimenticare che la tradizionale raccolta indumenti usati in programma per il 14 maggio 2011, proposta da Caritas Ambrosiana in collaborazione con la Pastorale giovanile, quest’anno sarà finalizzata a sostenere progetti in ciascuna zona pastorale a favore dei minori stranieri.
Per ciascuno di questi ambiti Caritas Ambrosiana sarà a disposizione delle parrocchie-comunità pastorali che avessero bisogno di un supporto formativo e/o di un sostegno organizzativo per meglio precisare il proprio impegno straordinario in questo anno 2010-2011.
Un ultimo ma non meno significativo esercizio della “carità” è il rilancio di una rinnovata pastorale sociale e politica nella logica dell’enciclica Caritas in veritate. Significa contribuire da cristiani alla costruzione del bene comune, tenendo sempre al centro il rispetto e la difesa della dignità della persona, a partire dai più deboli. Il Servizio diocesano per la vita sociale proporrà iniziative e offrirà sussidi adeguati. Una particolare attenzione va riservata alla Scuole di formazione all’impegno sociale e politico per i giovani “Date a Cesare” – iniziate lo scorso anno con incoraggianti risultati – e ai momenti di spiritualità per gli impegnati nella realtà sociale e politica proposti nei tempi di Avvento e Quaresima.
---------------------------------
Da “Caritas in Veritate” di Benedetto XVI
Bisogna poi tenere in grande considerazione il bene comune. Amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c’è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune. È il bene di quel “noi-tutti”, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale. Non è un bene ricercato per se stesso, ma per le persone che fanno parte della comunità sociale e che solo in essa possono realmente e più efficacemente conseguire il loro bene. Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. Impegnarsi per il bene comune è prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall’altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città. Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera per un bene comune rispondente anche ai suoi reali bisogni. Ogni cristiano è chiamato a questa carità, nel modo della sua vocazione e secondo le sue possibilità d’incidenza nella pólis. È questa la via istituzionale - possiamo anche dire politica - della carità, non meno qualificata e incisiva di quanto lo sia la carità che incontra il prossimo direttamente, fuori delle mediazioni istituzionali della pólis. Quando la carità lo anima, l’impegno per il bene comune ha una valenza superiore a quella dell’impegno soltanto secolare e politico. Come ogni impegno per la giustizia, esso s’inscrive in quella testimonianza della carità divina che, operando nel tempo, prepara l’eterno. (Caritas in Veritate, no. 7)
EQUIPE AZIONE CARITATIVA Parrocchia “Dio Padre”
PAOLA BARAZZI
ADRIANO BERTORELLE
RICCARDO FANTACCI
LIA GAETANI
ROSELLA HOFFER
GIULIO MAGISTRELLI
GABRIELLA SOMASCHINI
|