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IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE PDF Stampa E-mail
Giovedì 23 Settembre 2010 20:12

 

 

Il simbolo eucaristico del pellicano che ferisce se stesso per nutrire i suoi piccoli  (altare della Chiesa della SS Trinità (Monte Argentario (Gr), a cura Atelier Aletti, 2002)

 

Anno CRito Ambrosiano – 26 settembre 2010

Gustate e vedete com’è buono il Signore


Lettura del Libro dei Proverbi 9,1-6 - 1La sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. 2Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. 3Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: 4«Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: 5«Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. 6Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza».

Salmo 33 (34) - ® Gustate e vedete com’è buono il Signore.

2Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.3Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. R.

6Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire. 7Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce. R.

8L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera. 9Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia. R.

Lettera ai I Corinzi 10,14-21 - 14Miei cari, state lontani dall’idolatria. 15Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: 16il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? 17Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane. 18Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? 19Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? 20No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; 21non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni.

Lettura del Vangelo secondo Giovanni 6,51-59- In quel tempo. Il Signore Gesù disse: 51«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». 52Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. 54Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. 57Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. 58Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

59Gesù disse queste cose, insegnando nella sinagoga a Cafàrnao



Cari amici e care amiche,

domenica scorsa ci si chiedeva quali sono i tratti del volto di Dio, ma è Gesù che ce li ha definitivamente rivelati. Con la Parola di Dio della IV domenica dopo il Martirio di Giovanni il Precursore (26 settembre 2010) quella domanda trova una risposta definitiva e piena. Gesù, infatti,  autodefinendoSi “pane vivo disceso dal cielo”, proclama al mondo che Dio è come un pane buono da mangiare; bevanda che placa la nostra sete. Semplicemente dono, gratuità senza riserve. Grazia che si perde per amore in coloro che ama. Fino all’annientamento eucaristico e crocifisso di Sé.

 

La via dell’intelligenza

Anzitutto, il libro dei Proverbi mette in bocca alla Sapienza queste parole: “Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza”. Superare l’inesperienza per andare “diritti per la via dell’intelligenza” implica accettare l’invito a entrare nella casa della Sapienza e sedersi a una tavola appositamente imbandita per gli ospiti: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato”. Accogliendo l’invito del salmo responsoriale: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”. Questo ci fa intuire, sempre più profondamente, l’intimo rapporto che sussiste tra intelligenza ed eucaristia. La prospettiva eucaristica del dono totale di Sé, sino a farSi mangiare, non annientando l’altro, ma lasciandoSi annientare, dice definitivamente cos’è la vita secondo Dio e, di conseguenza, che qualità della vita viene regalata agli uomini. La sapienza, l’intelligenza di Dio si è, infatti, pienamente consegnata nel gesto eucaristico di Gesù, Suo Figlio. Dal gesto eucaristico di Gesù in poi sappiamo davvero chi è Dio e cosa comporta sostare alla Sua mensa. Lì il dono diventa evidente e non ammette più alcun profitto perché solo la morte di sé può permettere all’altro di vivere in pienezza.

 

 

Il travisamento dell’idolatria

Del resto, anche Paolo afferma: miei cari, state lontani dall’idolatria. Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane”. Cosa significa stare lontani dall’idolatria per poter partecipare da persone intelligenti all’Eucaristia? In una prima lettera andata perduta alla comunità di Corinto Paolo aveva esortato quella comunità a evitare i pornoi, gli immorali venditori di sesso, ma, stando alla polemica ebraica, idolatri, erano pure i pagani che adoravano divinità false e non il vero Dio. I corinzi, rispondendo, avevano poi chiesto a Paolo come fosse possibile che una comunità di 40-50 persone, in una città di 300-400 mila abitanti, potesse evitare l’incontro con idolatri e immorali. Così Paolo giunge a chiarire che non esiste una comunità cristiana di puri in una città di impuri e corrotti idolatri, ma che piuttosto l’idolatria può sempre insinuarsi anche in una piccola comunità cristiana, nella misura in cui viene intaccata la verità ultima che Gesù ci ha regalato con il dono eucaristico di Sé. Infatti: “non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni”. Quanto al timore di confondere la propria identità culturale e religiosa con l’idolatria dei pagani con i quali si condivide la stessa città, anche noi, che ancora oggi discutiamo di meticci e di meticciato, potremmo ricordare che l’esempio più alto di meticciato, di ‘confusione’ di appartenenze, è stato proprio Gesù, a un tempo figlio di Dio e figlio dell’uomo! Il travisamento proprio dell’idolatria in una comunità non sta nella commistione delle appartenenze etniche, ma nel tradimento del significato gratuito del gesto eucaristico di Gesù.

 

Carne donata e sangue versato

A questo punto, prendiamo atto della domanda che i giudei si fanno nel brano evangelico proposto: “come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Dopo che Gesù  aveva detto con insistenza: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” e ribadendo ancora: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.

Quando Gesù parla di carne, invitando a cibarsi della Sua carne, fa rifermento anzitutto alla debolezza e alla precarietà della condizione umana. Ma proprio questo i giudei non accettano: che Colui che dice di venire dal cielo, come Figlio di Dio, non pretenda più che Gli sia offerta in sacrificio la carne degli animali, ma si offra Lui stesso come vittima, offrendoSi in dono agli uomini. Viene capovolta la categoria cultuale più significativa ed espressiva del rapporto religioso dell’uomo con Dio. Non è più l’uomo che regala qualcosa a Dio al fine di placarLo o per onorarlL, ma è Dio stesso che Si dona a noi, completamente, per amore e senza riserve. Anzi, a questa espressione già difficile da accettare per i giudei – quella di mangiare la Sua carne – Gesù aggiunge qualcosa che stride ancor di più per la mentalità ebraica: il fatto di bere anche il Suo sangue.

 

 

Imparare la gratuità, masticando Dio

E, al fine di evitare che si intenda in maniera simbolica o metaforica la Sua Parola, Gesù non ci invita solo a mangiare, ma a masticare la Sua carne. Anzi, la traduzione potrebbe essere questa: “se uno mastica di questo pane”; “chi non mastica la carne del Figlio dell’uomo”; “chi mastica la mia carne”. L’evangelista, usando il verbo greco trogo dà già l’idea di qualcosa di rude, che va triturato. Perché Gesù chiede ai Suoi un’adesione reale, attiva e profonda. Piena e sentita.

Forse davvero la gratuità, il gratis, è la risposta alla crisi. In tempo di economia debole, torna di attualità la sfida del dono, come provocazione e occasione per lanciare proposte possibili, soprattutto ai giovani. La gratuità di un Dio che Si fa dono da masticare, da assimilare, non è dispendio di sé, ma riconoscimento che ciò che Dio ha di più prezioso, la Sua stessa vita, sussiste e continua nella prospettiva del dono: “La gratuità la si vede dopo averla riconosciuta. Come riconoscenza. Tanto essa passa naturalmente silente, discreta, impercettibile. Come a Emmaus (…). Come proporre la gratuità ai più giovani? ‘gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date’. La grazia è un dono, ma la giustizia nella sobrietà è un esercizio che va insegnato, praticato, va ogni giorno riappreso perché questa società chiede, anzi impone l’oblio della giustizia. La gratuità non mira a un equilibrio tra dato e avuto, ma alla remissione nella pace. Insegnare la pace pacificando, il perdono perdonando, la gratuità rendendo grazie” (intervista al critico letterario Carlo Ossola, in Avvenire del 21.09.2010, p 27).

don Walter Magni

 

 
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