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| NATALE DEL SIGNORE |
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| Venerdì 23 Dicembre 2011 08:06 |
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25 dicembre 2011
Oggi la luce risplende su di noi
Icona della Natività , scuola di Rublëv (1410 –1430), Mosca, Galleria Tretjakov Cari amici e care amiche,
la liturgia segue i ritmi della vita di Gesù, sin dagli inizi: l’Annunciazione (25 marzo) ricorda il concepimento di Gesù (“ Lo Spirito Santo scenderà su di te , la potenza dell ' Altissimo su te stenderà la sua ombra ” , Lc 1,35), domenica scorsa, la divina maternità di Maria. A Natale, il Verbo fatto carne comincia “ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).
Natale fragile
Natale, festa fragile e bella. Molto amata, ma esposta a malintesi e stravolgimenti. In Gesù Bambino finisce per concentrarsi il bisogno di vita di una società invecchiata e sempre più stanca, mentre il significato del Natale cristiano tende a scomparire dalla coscienza dei credenti. Nonostante una crisi economico–finanziaria senza precedenti, il consumismo natalizio ritorna alla grande. Ma la debolezza del Natale cristiano si radica pure nella presunzione intellettuale di chi, dichiarandosi ateo o agnostico, si lancia in dispute critiche su Gesù e sulla Chiesa, piazzando comunque i loro libri nei supermercati. Il giornalista Corrado Augias equipara il Cristianesimo a un artificio politico, a un abuso di credulità popolare da parte della Chiesa (Inchiesta sul Cristianesimo: come si costruisce una religione, Mondadori 2008); il filosofo francese Michel Onfray afferma che “con ogni evidenza Gesù è esistito come Ulisse e Zarathustra” (Trattato di Ateologia, Fazi editore 2006,113); e il matematico Piergiorgio Odifreddi sentenzia che “il Gesù dei Vangeli non è altro che una costruzione letteraria” (Perché non possiamo essere cristiani e men che meno cattolici, Tea, 2011, p.104). Il nostro Natale sarà tanto fragile per la fede debole dei cristiani, ma anche questi sedicenti intellettuali fanno la loro parte per abbassare il livello.
Natale ignorato
C’è confusione sul Natale cristiano, ma anche ignoranza. Dovremmo ad esempio svestire il Natale di tutto il consumismo che gli pesa addosso. Non c’è crisi che tenga se nel secolo scorso, all’indomani della crisi del ’29, è stata inventata la Coca Cola, col Babbo Natale panciuto, la barba bianca e tutto vestito di rosso, che porta i suoi regali ai bambini. Questo si che è un mito che rende. Ma c’è una tale ignoranza dei cristiani a riguardo del Natale che neppure il più intenso sforzo di diffusione della Parola di Dio, messo in atto in questi anni, è riuscita a superare. Siamo piuttosto al paradosso se dai microfoni della Bbc, proprio l’arcivescovo anglicano di Canterbury, si permetteva di affermare che “il mito della natività di Gesù non è altro che una leggenda” (R. Williams, Avvenire, 21/12/07, p.27). A questo punto siamo confusi. Cosa c’è di vero nel Natale che vorremmo festeggiare? La tradizione natalizia è un’invenzione della chiesa o ha qualche fondamento nella storia? Quando è nato Gesù? 2000 anni fa è nato davvero un personaggio di nome Gesù?
Il coraggio di tornare alla Parola di Dio - che ci parla a lungo di Gesù, anche della sua nascita, ma secondo il cuore di Dio - diventa allora determinante per i credenti. Non vogliamo cadere nell’imbroglio di chi ci racconta che il Natale è una favola o un mito, ma neppure ci atteniamo all’ipocrisia di ritenere Gesù un’invenzione che risponde al bisogno d’essere più buoni almeno a Natale.
Gesù nasce dove la vita muore
Ma si può ancora continuare a negare la realtà di Gesù, il Figlio di Dio che è nato al mondo per darci vita e speranza. Da noi è possibile anche decidere di morire legalmente assistiti. In un mondo stanco e annoiato, superando i dibattiti sul testamento biologico, il fine vita e l’accanimento terapeutico, si può decidere in piena coscienza di morire. Basta andare in Svizzera, come ha fatto l’ideologo politico Lucio Magri qualche settimana fa, lasciando in eredità un messaggio triste e devastante. Scriveva recentemente un giovane autore, ascoltato dai ragazzi: “Amiamo e vogliamo essere amati perché ci sia almeno un interlocutore a cui poterla raccontare questa nostra benedetta vita, così grande e così fragile. Alcuni giovani muoiono da vivi per assenza di racconto. Il mondo che dovrebbe ascoltare le loro vite, quello degli adulti, giudica la loro tela assurda, prima ancora che i tratti e i colori di quella storia si siano potuti dispiegare (…). È la crisi ad aver rubato ai giovani il futuro? No. La crisi farà venire più fame, costringerà a non accontentarsi del benessere per essere felici. Il futuro ai giovani lo rubano gli adulti che non li guardano, gli adulti che occupano i posti di potere e se ne fregano del bene comune, gli adulti che fanno diga per l’ingresso di nuove leve negli ambienti di lavoro, gli adulti che non sono disposti a mettersi al servizio della generazione successiva passando il testimone. Come tanti Crono se ne stanno seduti a digerire i figli che loro stessi hanno messo al mondo” (Alessandro d’Avenia, Avvenire, 18 dicembre 2011).
La grazia di questo Natale
Cari amici e care amiche, saranno un po’ pesanti queste parole, ma è pure giusto prendere atto in questo Natale che viviamo in un mondo che non sogna più e sembra non essere più attraversato da ideali per i quali valga la pena spendere la vita. Scarseggiano anche le figure carismatico (non ci sono più profeti?) che sanno infondere fiducia nei cuori, creando consensi alti e significativi. Si percepisce nell’aria un diffuso scoraggiamento e qualche paura, mentre la stessa crisi sottrae posti di lavoro, divora i nostri risparmi e toglie ulteriore sicurezza a tante famiglie. Il Censis descrive gli italiani come “delusi e apatici, senza alcuna voglia di sognare”, definendo l’Italia “un Paese senza desiderio”. Nelle piazze del nostro mondo talvolta sfilano dei giovani studenti arrabbiati, che gridano: “ci avete rubato il futuro!”. Parole come “cambiamento” e “speranza”, tipiche del nostro linguaggio, sembrano impronunciabili. Se non ci decidiamo a recuperare seriamente, a partire dal Natale di Gesù, il senso della Sua gratuità, cioè quel senso della vita che vale anzitutto nella misura in cui è donata oltre ogni calcolo, la nostra fede cristiana si sbriciola, sino a diventare insignificante. Gesù nasce ancora nel nostro mondo, S’incarna volutamente in questa nostra umanità affaticata, per ripeterci che la vita vale solo se la regali. “Sino alla fine” (Gv 13,1), così come Lui ha fatto.
Guardando ancora una volta al Suo estremo gesto d’amore, carico di vita e di speranza, oso fare a tutti e a ciascuno, l’augurio di un Natale sereno e nella pace: “Guardiamo alla grotta di Betlemme: Dio si abbassa fino ad essere adagiato in una mangiatoia, che è già preludio dell’abbassamento nell’ora della sua passione. Il culmine della storia di amore tra Dio e l’uomo passa attraverso la mangiatoia di Betlemme e il sepolcro di Gerusalemme” (Benedetto XVI, Udienza generale del 21 dicembre 2011)
don Walter Magni
L’icona della Natività della Scuola di Rublëv
I magi (in alto a sinistra) nel loro movimento verso l’alto rappresentano l’umanità alla ricerca di Dio. c’è un desiderio, un tendere a, uno sforzo che cerca di penetrare il mistero di Dio.
Gli angeli (in alto a destra), testimoni della presenza di Dio, sono tipicamente rivolti in alto, verso Dio; alcuni adorano il Verbo fatto carne, il bambino nella mangiatoia. Uno degli angeli sulla destra è rivolto in basso verso i pastori per dire che ormai è inutile sforzarsi di salire: è il tempo in cui Dio stesso scende e si rende visibile a chi lo cerca con cuore sincero.
I pastori (in centro a destra): la figura sulla destra che ascolta l’annuncio dell’angelo rappresenta il popolo di Israele, popolo di cui Dio stesso è Pastore.
Giuseppe (in basso a sinistra): i dubbi di san Giuseppe, tentato dal diavolo vestito da pastore, rappresentano le nostre fatiche, le nostre esitazioni e resistenze. Giuseppe non può capire da solo, la verità di Gesù può essergli annunciata solo da un angelo. Davanti a Giuseppe, l’albero della radice di Iesse rappresenta l’adempimento delle promesse fatte ad Abramo e alla sua discendenza.
Le levatrici (in basso a destra): le donne che lavano il neonato secondo la testimonianza dei vangeli apocrifi rendono testimonianza della nascita di Cristo, venuto al mondo come uomo da una vergine. Lavando Gesù come un qualsiasi altro bambino testimoniano che Egli è vero uomo.
Maria, una mangiatoia e un sepolcro (al centro): la grotta di Betlemme, fulcro e punto di convergenza di tutte le linee del cosmo, ha la forma di una tomba, la culla è un sepolcro e le fasce sembrano quelle di un morto. Il Cristo che nasce è lo stesso della passione, morte e risurrezione. Il volto della Madre è triste, ma la tristezza non può mai essere un tema dominante nell’icona, che vuole far intravedere la riconciliazione e la pace frutto dell’incarnazione del Figlio.
Infine la presenza dell’asino e del bue, insieme alla mangiatoia, richiama la condizione dell’uomo cacciato dall’Eden dopo il peccato, che deve lavorare per procurarsi il pane e mangiare per sopravvivere. Come gli animali alla mangiatoia, l’uomo nella sua vita torna continuamente al peccato. Dio incontra l’uomo proprio dove egli pecca, dove sperimenta la sua debolezza e il suo limite. Per questo Cristo viene posto nella mangiatoia: si abbassa al livello dell’uomo, nel luogo a cui l’uomo sicuramente ritornerà, il suo peccato. Questa mangiatoia è anche un sarcofago, simbolo della vittoria del Figlio che distruggerà il peccato e la morte. |



