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SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE PDF Stampa E-mail
Giovedì 26 Gennaio 2012 08:46

Anno B – Ultima Domenica di gennaio - Rito Ambrosiano – 29 gennaio 2012

 

Beato chi abita la tua casa, Signore

 

Icona della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

 

 

 

LETTURA Isaia 45,14-17. Tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore - 14Così dice il Signore: «Le ricchezze d’Egitto e le merci dell’Etiopia e i Sebei dall’alta statura passeranno a te, saranno tuoi; ti seguiranno in catene, si prostreranno davanti a te, ti diranno supplicanti: “Solo in te è Dio; non ce n’è altri, non esistono altri dèi”». 15Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio d’Israele, salvatore. 16Saranno confusi e svergognati quanti s’infuriano contro di lui; se ne andranno con vergogna quelli che fabbricano idoli. 17Israele sarà salvato dal Signore con salvezza eterna. Non sarete confusi né svergognati nei secoli, per sempre.

SALMO 83 (84), Beato chi abita la tua casa, Signore.

3L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente. R.

4Anche il passero trova una casa e la rondine il nido dove porre i suoi piccoli,presso i tuoi altari, Signore degli eserciti, mio re e mio Dio. R.

5Beato chi abita nella tua casa: senza fine canta le tue lodi. 6Beato l’uomo che trova in te il suo rifugio e ha le tue vie nel suo cuore. R.

EPISTOLA, Ebrei 2,11-17. Cristo si è reso in tutto simile a noi, suoi fratelli, assumendo carne e sangue - Fratelli, 11colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, 12dicendo: Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi; 13e ancora: Io metterò la mia fiducia in lui;e inoltre:Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato. 14Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, 15e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita. 16Egli infatti non si prende cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo si prende cura. 17Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e degno di fede nelle cose che riguardano Dio, allo scopo di espiare i peccati del popolo.

VANGELO,Luca 2,41-52. Era in tutto a loro sottomesso - In quel tempo. 41I genitori del Signore Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. 42Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. 43Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; 45non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. 46Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. 47E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. 48Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo». 49Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». 50Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. 51Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. 52E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

    Cari fratelli e care sorelle,

in occasione della quarta domenica di gennaio la liturgia ambrosiana celebra la Festa della Santa famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (29 gennaio 2012). In questo tempo dopo l’Epifania la Parola di Dio ci invita a essere particolarmente attenti ai grandi segni della Sua presenza. Gesù dodicenne, che con i genitori Si reca a Gerusalemme sostando nel tempio, diventa segno forte della Sua coscienza e consapevolezza d’essere anzitutto Figlio del Padre Suo, il Figlio di Dio.

Un figlio che cresce

C’è un aspetto del mistero di Gesù a Nazaret che anche la teologia sta riscoprendo. Mentre Betlemme è il luogo che vede la nascita di Gesù, Nazaret testimonia piuttosto il fatto che anche Lui cresce, diventa grande. Un Gesù adolescente (latino adolesco: cresco) che diventa adulto (adultum: cresciuto). Infatti, Luca dice così di Lui, dopo ch’era stato presentato al Tempio come primogenito  offerto al Signore: “il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui” (2,39-40). E per crescere anche Gesù ha avuto bisogno di una famiglia, di un ambiente in cui Si sentiva circondato dall’affetto e dalle premure dei Suoi cari. Sebbene i Vangeli sembrino dare poco spazio alla vita di Gesù a Nazaret, anche solo un’espressione così sintetica proietta una luce chiara sui trent’anni di Nazaret. Per un verso, in quel luogo e con quella famiglia “Egli si è fatto simile agli uomini” (Fil 2,7); per un altro, Gesù scopre il senso ultimo e definitivo del Suo stare tra gli uomini, come Figlio di Dio. Nel contesto di una famiglia ordinaria, fatta di persone che vivevano del lavoro delle proprie mani. Né miseri né benestanti, forse un po’ precari. Maria e Giuseppe si volevano bene e, mentre Gesù cresceva, aumentavano in loro le domande tipiche di due genitori che guardano al figlio con benevolenza e apprensione, un po’ di idealità e un sano realismo. Fino all’incomprensione, come attesta l’episodio evangelico odierno.

Perdere un figlio

Sarebbe interessante mantenere in profonda relazione i due episodi dell’infanzia di Gesù narrati da Luca: quello della presentazione o offerta di Gesù al tempio (2,22-38) e quello di Gesù perso e ritrovato nel tempio, presentato dalla liturgia odierna. C’è, infatti, una interessante continuità tra l’offerta al Signore che, attenendosi alla Legge i Suoi genitori fanno, e il fatto di ritrovarLo nel tempio, consapevole Lui dell’offerta che avrebbe fatto di tutta la Sua esistenza al Padre. Gli dice, infatti, Sua Madre: “‘Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo’. Ed egli rispose loro: ‘Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?’. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro”. Certo, non ritrovare più Gesù sulla via del ritorno non è cosa da poco. Tuttavia era solo il segno di una perdita ben più marcata ed esigente. Il fatto, cioè, che quel figlio non era più il loro piccolo bambino, non era più Gesù bambino. Ma una persona che, trovandoSi nel cuore, al centro stesso della spiritualità ebraica – nel tempio, la casa di Suo Padre (Lc 19,46; Gv 14,2) – comincia ad affermare la Sua personalità, la verità più profonda della Sua esistenza. Oggi diremmo: la Sua vocazione.   

Per dei genitori attenersi alla verità più profonda di un figlio che è stato loro affidato non è questione facile. E’ richiesto un equilibrio, tra il rispetto e la sollecitazione discreta della sua libertà, che spesso richiede che passi attraverso le maglie dell’incomprensione e del silenzio.

Il Figlio ritrovato

Gesù, dunque, non è più là. Gesù non è più quello che avevano sempre pensato. Quel bambino che, stampatosi un poco nella loro memoria, anche loro s’erano illusi che fosse. Immaginando di Lui, sognando per Lui un avvenire grande e glorioso. Del resto, non s’era espresso così anche l’angelo Gabriele apparendo a Maria ? “Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo; e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre; e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà mai fine” (Lc 1,32-33). Ritrovare davvero un figlio significa sperimentare una ricerca che potrebbe rasentare affanno e apprensione: “Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava”. Gesù non è più tra i parenti secondo la carne, perché, come dirà più avanti:  Suoi sono anzitutto “coloro che ascoltano la parola di Dio” (Lc 8,21); neppure tra i conoscenti, perché il Suo mistero, nascosto a chi crede di sapere, è “rivelato anzitutto ai piccoli” (Lc 10,21). A Maria e Giuseppe non resta che tornare a Gerusalemme, dove Lo ritrovano, ma rischiando di non riconoscerLo per quello che era, perché “non compresero ciò che aveva detto loro”. Mentre il dodicenne Gesù, stando nel tempio, è entrato nell’orizzonte della volontà del Padre Suo, anche i Suoi genitori sono invitati a fare altrettanto, avendoLo ritrovato.

Andare oltre questa sorta di impasse, fatta di affanno e incomprensione, significa accogliere la complessità delle cose, senza perdere il filo della speranza. Da una parte sta Gesù che “scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso”, che “benché fosse Figlio, imparò l'ubbidienza dalle cose che soffrì” (Eb 5,8); dall’altra ecco Maria, Sua madre, che “custodiva tutte queste cose nel suo cuore”.


don Walter Magni

 

Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa - L’ESEMPIO DI NAZARET


La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo.

Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazaret! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret.

In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri.

Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro.


Oh! dimora di Nazaret, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore.


(Paolo VI, Discorso tenuto a Nazaret, 5 gennaio 1964)


 

 
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